Sul non-Essere

di Federico Sciacca

Sarei lieto di chiarire il senso del non-Essere senza alcuna pretesa d’originalità, né esaustività partendo da quella che considero la base per la discussione medesima, ovvero la filosofia di Parmenide.

“La stessa cosa è il pensare e l’essere” (framm. 3 del “Poema sulla Natura”)


Mi sembra poter sostenere che il problema sia già risolto in questa affermazione, nell’asserita impossibilità di  venir fuori dall’Essere. Tutto ciò che pensiamo,viviamo, immaginiamo, “soffriamo” necessariamente è. Non esiste alcun margine ontologico tra Essere e non-essere, in quanto per definizione il non-Essere non-è. Le divisioni, se di divisioni si può parlare, sono solo all’interno dell’Essere stesso, sono modalità d’espressione. Ogni cosa partecipa all’Essere secondo peculiarità proprie, dunque in modi differenti. Ovviamente una casa è in modo diverso dall’unicorno che immagino mentre scrivo, così come i numeri sono in maniera diversa dal dolore che provo. Ciò nondimeno tutti partecipano all’Essere.

“…perché non potrai conoscere ciò che non è né esprimerlo”(framm. 2 del “Poema sulla Natura”)

Il non-Essere è il non pensabile, non percepibile, non esprimibile, non intellegibile. A rigore,  non potremmo neanche parlarne nella misura in cui parlandone già lo istituiamo- almeno come concetto – come soggetto grammaticale. In realtà neanche questa operazione è possibile.

Oltre Parmenide:

Per la breve discussione condotta mi trovo abbastanza concorde con l’Essere parmenideo e la conseguente impossibilità della sua non-predicazione: tutto necessariamente è. Sicuramente non posso concordare con il filosofo di Elea quando egli sostiene l’immobilità dell’Essere, perché in siffatta maniera sarebbe implicato il divenire, cioè il passaggio dal non-essere-stato all’essere.

Ora io sostengo che questo non sia, letteralmente, non-Essere. Non perché nella lingua italiana utilizziamo le stesse parole dobbiamo dargli lo stesso significato denotativo. Il non-essere-stato, che deriva dal divenire, dal movimento rientra in ogni caso all’interno di una qualche modalità dell’Essere. Se dico che oggi è lunedì e non più domenica intendo esattamente che ieri era domenica, che la domenica ha avuto e continua ad avere un suo essere in un qualche modo (ieri come giornata, momento nel quale vivevo; oggi come ricordo o anche semplicemente come un numero/nome sul calendario). Parmenide sostiene inoltre – notoriamente – la finitezza dell’Essere, mentre  a  me pare sostenibile proprio l’inverso. Qualcosa è finita nella misura in cui è, insieme, delimitata  e definita da qualche altra cosa. Ma l’Essere è per definizione il solo pensabile, immaginabile, percepibile. Esso comprende ogni cosa: è esattamente tutte le cose. E il tutto che rappresente è sempre potenzialmente ampliabile, mai univocamente definibile. Basta una nuova parola, un nuovo evento, un nuovo giorno per accrescere illimitatamente il suo orizzonte.

Conclusione:

Tutto quello che ho esposto, l’ho esposto con umiltà di spirito, sapendo e ribadendo ancora una volta di non essere stato originale. Tuttavia, il mio interesse è che si faccia chiarezza e che si eviti di parlare del non-Essere come l’altra faccia dell’Essere, così come la morte rappresenterebbe  l’altra faccia della vita. Esiste per cui una sola faccia, l’Essere appunto.

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6 Responses to Sul non-Essere

  1. Parmenide pensa che sia possibile predicare solo ciò che rigorosamente è; ossia che non sia possibile pensare oltre il linguaggio stesso. Mettila così: come farei io a negare una proposizione altrui? Anche se volessi negare l’esistenza del tuo dio, non potrei che affermalo (reductio ad absurdum): la negazione non farebbe che conferire l’esistenza alla proposizione negata (parlare è predicare l’essere no?). Sarebbe quindi impossibile ogni forma di dialogo che in quanto tale possa implicare il disaccordo degli interlocutori: non potremmo essere in disaccordo ad esempio sull’essere di Parmenide perché inevitabilmente la nostra discussione conferirebbe l’esistenza alle entità postulate dal discorso (ossia quel mito che Quine ribattezzò “barba di Platone”-Sarebbe impossibile scrivere —notP—e non esiste il non-essere sarebbe not-notP ossia P). Ora dato che io so di essere della tua stessa opinione, ossia che in fondo stiamo comunque parlando di una negazione linguistica e convenzionale all’interno di un linguaggio costruito ad hoc, ti propongo una soluzione complementare.
    Wittgenstein non credeva possibile predicare ciò che è supposto stare oltre il linguaggio stesso, ossia il caro non-Essere di cui tu parli. Solo che in tal modo risolve i crampi mentali di quel linguaggio tanto rigido nei suoi schemi: alla tradizione filosofica anglosassone il discorso ontologico (stile Parmenide) è sempre stato antipatico. Semplicemente per la loro difficoltà linguistica: to be, being, something that be…insomma il tedesco è molto più espressivo per il problema ontologico (inteso in quel senso).
    Ecco la soluzione: eliminiamo l’Essere per ridurlo al linguaggio. Anche se in effetti non stiamo parlando di altro che l’essere del linguaggio: quindi quale riduzione?
    E poi, rimanendo al tuo discorso, se l’essere è il pensabile, è per ragione finito. Non è possibile ridurre la ricchezza del reale fenomenica al pensabile antropomorfo (vedi il saggio di McGinn che abbiamo letto con Biuso).

  2. Intervengo seppur con molta cautela, consapevole delle mie terribili carenze riguardo al linguaggio.

    Credo che l’argomento in questione sia da considerare secondo diverse prospettive; perlomeno una ontologica, una epistemologico-linguistica e una esistenziale.
    Questa tripartizione è giustificata dal diverso impiego della parola Essere all’interno del linguaggio quando ci riferiamo a qualcosa; può essere utilizzata per predicare una proprietà, per definire l’esistenza di qualcosa, ecc….questo perché la parola Essere (o essere se preferite, scrivo maiuscolo solo per non confondere chi legge) abbraccia una vasta gamma di significati.

    Fondamentalmente il problema risiede in questo; quando dico “X è Essere” dico qualcosa di profondamente diverso da “X è”. Nel primo caso sto attribuendo ad X una determinata proprietà, sto rispondendo alla domanda “X cos’è”, nel secondo il verbo essere viene utilizzato come esistenziale, X appartiene all’insieme degli oggetti esistenti.
    Riconoscere una proprietà, attribuire un significato, è cosa ben diversa dalla semplice “esistenza”. Il mare, la forza di gravità, le galassie, esistono ed esistevano indipendentemente da noi, la sensazione del salato e le leggi di Newton no. L’esistenza non è predicabile( Kant docet!), distinguere tra ciò che è (ontologia) e cos’è che è ( gnoseologia?metafisica?linguaggio?)significa non confondere il mondo osservatore-dipendente da quello osservatore-indipendente, Sherlock Holmes esiste in maniera del tutto diversa dall’Etna.

    È legittimo ridurre l’Essere (e il non-Essere) al linguaggio? Si, se questo Essere viene a configurarsi come un predicato, al pari di “Bello” “Brutto” “Vero”…non esistono maiuscole che all’interno del linguaggio. Si evita così un’ontologia linguistica che definisca l’intero mondo nella stretta cerchia delle convenzioni linguistiche di un parlante.

    Insomma, sembra che bisogna distinguere tra “Essere” e “essere”! Vi sembra una legittima distinzione?

  3. Il mio discorso non riguardava tanto l’essere, quanto appunto l’impossibilità del non-essere.
    Ma dato che la discussione è arrivata all’essere vediamo di almeno stabilire quelli che,per me,sono alcuni concetti base.
    Innanzi tutto l’Essere…quando dicevo che per me pensare e essere sono la stessa cosa,intendevo dire che tutto cio che è pensabile è (da qui l’impossibilità del non-essere secondo me).Per la situazione inversa (cioè se tutto quello che è, è anche pensabile) le cose sono molto più complicate. Potremmo ad esempio pensare che la teoria dei gravi prima della sua scoperta in quanto non pensata non dovrebbe essere. In realtà sicuramente come legge formalizzata non esisteva,ma ciò non toglie che lasciando cadere un oggetto,esso in ogni caso andava a schiantarsi verso il basso. Quindi la legge non era ancora (e qua sta per me l’infinitudine..il fatto che si possa sempre creare qualche nuova teoria…) ma ovviamente gli oggetti cadono! Ed è qui che si rivela utile la distinzione tra i vari livelli concettuali: un conto è la pietra che cade (è un fatto,fenomeno,un qualcosa di,e uso con cautela questa parola,OGGETTIVO);un altro conto è la descrizione di questo fatto sotto una “legge scientifica”che al massimo è una descrizione di quel fatto(sono le leggi che si adeguano ai fatti,non i fatti che seguono le leggi);quindi le descrizioni, così come qualsiasi prodotto linguistico, sono fenomeni di pensiero e ricollocabili tranquillamente nel piano dell’Essere. Nella stessa misura può essere ricollocato al suo interno anche il bruto fatto della pietra che cade (in quanto da me percepito).

    ps.la mia paura più grande quando si parla di ontologia,è evitare che questa diventi una sorta di catalogo di enti,cioè dire questo tipo di cose esiste,questo no…che ne pensate?

  4. l primato ontologico sull’interpretazione, le leggi che si adeguano ai fatti e non viceversa, è, credo, il punto cardine di tutta la nostra discussione.

    Caso limite è la temporalità. Mi viene in mente l’intervento del prof. Camardi fatto l’anno scorso durante la conferenza sul Tempo, quando parlò (correggetemi se sbaglio) dell’introduzione del T all’interno della logica formale. Ho trovato interessante come, utilizzando T, il risultato finale mutasse in relazione alla temporalità.

    Se accettiamo l’idea di un mondo in divenire, dobbiamo riconoscere che nel divenire le cose mutano, si modificano, talvolta scompaiono. Non esistono più i dinosauri, i sumeri (se non come rovine e testimonianze), i fiori regalati l’anno scorso…sembra che siano parecchie le cose che non-sono-più. Ma vi è un modo per preservare il presente dal divenire; grazie alla memoria e al linguaggio, o meglio, alla scrittura, riusciamo a fermare per sempre l’eterno scorrere del tutto. Nelle testimonianze(che sono scritte), nelle tradizioni orali dei popoli etnici, nei libri di storia che studiamo, vi è una sospensione del tempo, del divenire. La Storia appare come un film, un’infinità di fotogrammi che scorrendo rappresentano, sostituiscono, ciò che non è più (o non è mai stato).
    Questa sorta di imbalsamazione è mnemonica; mi viene in mente un film, Memento, senza memoria non vi può essere storia, senza storia non vi può essere comprensione del presente(ma non per questo il presente viene meno o risparmia il protagonista dalla fitta trama di intrighi tessuti intorno a lui).

    Detto questo, cosa ne viene alla discussione intorno all’essere? Nel posto iniziale Federico ha scritto: “Se dico che oggi è lunedì e che non è più domenica intendo esattamente che ieri era domenica,che la domenica ha avuto,e continua ad avere,un suo essere in un qualche modo(ieri come giornata,momento nel quale vivevo;oggi come ricordo o anche semplicemente come un numero/nome sul calendario)”.
    Niente di più logico, ma non è il caso di distinguere, ancora una volta, due modi di concepire l’esistenza di qualcosa?

    Tornando alla discussione sul non-essere da cui eravamo partiti, cercherò di approfondire il mio commento precedente: l’Essere (e non l’essere), per come lo si è definito nei commenti precedenti, è un predicato che può essere utilizzato, come un qualsiasi altro predicato, per definire qualcosa. Poiché la sua natura è meramente sintattica esso non è che un segno, un simbolo che muta significato nel tempo.
    Non per questo è da sottovalutare, anzi, perché i simboli, i significati con cui adorniamo il mondo a mo’ di orpelli, sono fondamentali per il nostro rapportarci con la realtà, con le cose e con le persone. Questo significa che l’Essere, in un certo qual modo, “è” al pari di parole che pur non definendo niente di concreto apportano qualcosa alla realtà. … esso, (e qui azzardo una conclusione) in quanto segno, contiene un parametro assiologico che non può prescindere dal suo rovesciamento inverso, il non-Essere: se pensiamo qualcosa possiamo anche pensare l’assenza di quel qualcosa, e se l’Essere, nel “mondo-uomo” è, esisterà in questa dimensione pure il non-Essere, il quale affiora netto nel confronto tra il presente e la memoria.

    In fin dei conti, anche il non Essere “è”…è possibile, andando oltre il pensabile, immaginare qualcosa che non-è?giustamente negare qualcosa significa affermarne l’esistenza…non possiamo superare il confine posto dalle leggi del pensiero. Rimarrà sempre questa aporia di fondo ogni qual volta neghiamo qualcosa?

  5. Semplicemente: è tutto un crampo mentale più o meno articolato!

    Naturalmente la pietra cade così come io, purtroppo, non riesco a spiccare il volo, ma la scienza non è l’adeguazione ai fatti: è la creazione dei fatti. La gravitazione era prima che Newton fosse, ma cosa ha reso gli uomini consapevoli del loro peso come vincolo di gravità? Non è la realtà ad avere senso, è il simbolo a costituire la realtà.

    Sull’essere e il divenire (da notare che io scrivo “essere” minuscolo, data la sua connotazione semplicemente sintattica): il mondo è immobile, esente dal divenire. E’ l’umano che ritaglia il tempo nell’immobile. Il fiume scorre perché osservato. In sé il mondo è esente da corruzione, da alterità: dal tempo!Allora giustamente la logica temporale, così come gli studi sulla probabilità: le nostre conoscenze sono temporali, ossia solo probabili a nuove evidenze in virtù delle quali ripensare il simbolo. E così come la nostra coscienza è temporalità (tempo vissuto intendo io), il nostro essere è tempo:la perdita della memoria ( l’incoscienza) è letteralmente non-essere.

    In Fisica poi esiste la materia quanto l’anti-materia: per definizione esiste il nulla. Ma il nulla è? Allora Federico devi concordare necessariamente che così come l’essere è, allora il nulla nulleggia!Ecco il crampo mentale che da parte mia non sussiste! Ecco allora che è possibile negare l’essere, non per affermalo ma per distruggerlo!

    L’essere è linguistico, ma dato che il linguaggio muta nel tempo sociale, allora l’essere muta con esso. Il problema dell’ontologia non è quello di fare un catalogo dell’esistente (anzi è proprio l’aspirazione degli ontologi), piuttosto quello di capire le leggi metafisiche (in senso aristotelico) in virtù del quale l’essere è dato. Capire le strutture di fondo che fanno della realtà questa meraviglia. Ma è necessario stabilire dei criteri che permettano un’analisi dei fenomeni, altrimenti nei tuoi termini il catalogo conterrebbe una sola voce: l’Essere. E allora? Insomma, per dirla con Quine, tutto esiste ma possiamo anche non essere d’accordo su cosa esista ed ecco che il problema ontologico è rimasto in piedi per secoli.

    Insomma almeno in questo non posso non essere riduzionista: è necessario, volendo mangiare, smembrare la carne dell’animale (per me le fibre della soia), così come volendo studiare la realtà analizzarla nel particolare. Il rischio è la perdita dell’informazione (proteine), ma dobbiamo pur mangiare!

    Con ragione dunque sostengo, insieme a Merelau-Ponty, che la realtà sia solo una sintesi di soggetto e oggetto, ossia l’impossibilità di pensare l’oggetto senza il suo rapporto con il soggetto e guarda caso è proprio quello che sostengono i fisici della meccanica dei quanti. E’ impossibile il tentativo di capire la realtà come se non noi fossimo. Noi Siamo, dunque, non un limite ma il solo esperibile!

  6. Non mi dilunghero` oltre…

    Il non-essere esiste ma non e` perche` se non esistesse non sarebbe nemmeno possibile scriverlo!

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