di Salvatore Pappalardo
1.
Non è il caso di elencarne le proprietà, le possibilità né tanto meno i pericoli. Di per sé Facebook non è pericoloso. Come ogni prodotto dell’ingegno umano dipende esclusivamente dal come viene utilizzato.
2.
Sfatiamo un luogo comune: si dice che leda la privacy, che tutti sanno i fatti di tutti. Tutto ciò che scrivo, tutto ciò che ‘faccio’ viene comunicato a tutti i miei amici e, talvolta, anche agli amici degli amici, con ripercussioni disastrose per le mie relazioni sociali.
3.
Ciò però non attesta che la curiosa attitudine a volersi mostrare. Far sapere – letteralmente – al mondo se sono single, se mi piace questo, se odio quello, conferma la straordinaria intuizione aristotelica dell’uomo come animale politico.
4.
La vera esigenza che soddisfa Facebook non è, infatti, la possibilità di scovare gli amici persi nel tempo che, se persi, un motivo ci sarà!
Facebook soddisfa esigenze più profonde, legate all’importanza vitale della costruzione e conferma del proprio ego. La possibilità di raccontare se stessi in tempo reale, in una piattaforma virtuale condivisa da tutti gli “amici”, è una delle peculiarità più evidenti del social network più popolare del momento.
5.
Rousseau scrisse: «[…] l’uomo socievole, sempre proiettato fuori di sé, non sa vivere che dell’opinione degli altri».
6.
Si ha talvolta l’impressione di essere in un museo delle cere: ognuno è impegnato nella personale pantomima.
7.
Ecco un fenomeno interessante.
Se Maria scrive qualcosa, la frase è preceduta con una semplice “Maria”.
Non è raro leggere frasi alla terza persona del tipo “Maria vuole andare a mare”, “Maria è stanca” ecc …
Maria si scruta da lontano: nell’atto di proporsi diventa la narratrice esterna di se stessa.
8.
Migliaia di autori in cerca di personaggi.
Replica di Emilio M. Sanfilippo
Perché non anche: «Migliaia di personaggi in cerca di autori»? Creiamo ontologie virtuali e mondi che non sono mondi se non per il loro alto livello di socializzazione. Ma cosa è la socializzazione? Può ridursi al ciarlare che il network propone? Dunque perché creiamo identità virtuali?
È come se volessimo sfuggire da condizioni limite della nostra vita attuale, dimenticare di essere la persona che siamo, la casalinga frustrata, il filosofo disoccupato, assumendo ciò che vorremmo essere e chiaramente solo nel web si dà. La parte peggiore è quando si è costretti solo virtualmente ad assumere la propria identità che nel mondo è impossibile mostrare. Essendo però un non-luogo e un non-tempo, non è possibile a rigore assumere alcuna identità che, per quanto se ne pensi, si sviluppa solo al contatto diretto con quel «mondo della vita» di cui Husserl parlava e che eternamente sfugge a questo non eterno attimo che rappresentiamo. Certo il secondo caso che ho citato, quello in cui si è costretti a svelare il proprio io nascosto al sociale manifesto, è il limite della comunicazione e della socializzazione. Limite che inverte le posizioni: il mondo attuale è il virtuale, il virtuale è il reale. La virtualità si sostituisce all’attualità quando la società opprime l’individualità. Forse che chiostri e monasteri lasceranno sempre più il posto a comunità di anacoreti virtuali?Se qualcuno ha giustificato quelle vite come la pienezza stessa della vita, allora qualcuno riuscirà perfino a sostenere che solo nell’identità virtuale si manifesta il vero di ogni uomo!
Ecco allora una possibile definizione di mondo tale da fare di Facebook un non-luogo:
Mondo/luogo: nient’altro che lo stato attuale del nostro essere; luogo in cui le nostre gioie e i nostri dolori assumono un’esistenza tanto concreta da renderci uomini o demoni. Il network fa parte del mondo attuale, ma non è mondo attuale. È appunto un mondo virtuale. Milioni di byte trasmessi da milioni di utenti non rendono il network un luogo paragonabile al nostro.
Nella proposizione numero tre dici:
«Ciò però non attesta che la curiosa attitudine a volersi mostrare. Far sapere – letteralmente – al mondo se sono single, se mi piace questo, se odio quello, conferma la straordinaria intuizione aristotelica dell’uomo come animale politico».
Il punto è proprio quello che ti dicevo poc’anzi. È politico/sociale l’uomo che RIFIUTA le sue relazioni sociali incanalandole attraverso i calcoli logici di un software? Prova ne sia che spesso parliamo via e-mail/chat con gente con la quale non saremmo capaci di intrattenere una discussione face to face. La socialità umana è il potenziale espressivo della nostra comunicazione che nel linguaggio fonetico e corporeo esprime il massimo della sua pienezza e realizzazione. C’è dialogo solo quando condividiamo spazio e tempo. Un sms, una telefonata, una “chattata” non esprimono comunicazione, ma solo trasmissione.
Forse che Facebook è la possibilità data all’uomo postmoderno di non essere più?
Se essere è esserci su Facebook, allora forse che sarebbe meglio non-essere?
Un’ulteriore proposizione potrebbe essere:
9.
Facebook. Manifestabilità dell’identità come rifiuto dell’identità che solo nella presenzialità diventa tale.
Ma dopo tutto credo di essere vittima della tua proposizione numero uno:
«Non è il caso di elencarne le proprietà, le possibilità né tanto meno i pericoli. Di per sé Facebook non è pericoloso. Come ogni prodotto dell’ingegno umano dipende esclusivamente dal come viene utilizzato».
Risposta
Credo che gli argomenti salienti possano essere individuati e distinti, almeno provvisoriamente, in due temi specifici, l’identità e la legittimità dell’ontologia virtuale.
a) L’identità, la costruzione di questa nelle rarefatte atmosfere del mondo virtuale e nel mondo reale.
Nella prop. 7 ho attenzionato la natura descrittiva di particolari enunciati presenti su Facebook che sottendono un’attività narrante. Attività che può armonizzarsi (non necessariamente) con quella concezione “laica” e anti-fondazionalista che coglie nell’indeterminatezza della propria essenza i tratti specifici dell’essere umano, il carattere temporaneo, in progress, di un’identità mai definitiva eppure sempre installata nelle trame semantiche del tessuto sociale.
Da questo quadro non emerge una regolarità e non bisogna trarne una regola. Bisogna solo riconoscere che ognuno ha un suo modo di fissare i connotati semantici del proprio “Io” su certi parametri, tra cui quello del famigerato “giudizio degli altri”, e che ciò non costituisce un problema.
La dimensione intersoggettiva in cui si realizza il sofisticato gioco del raccontarsi è propria di Facebook quanto di ogni contesto pubblico. Chi ha avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con persone anziane sa cosa intendo.
Mi chiedi perché non «personaggi in cerca di autori»? Proprio per evidenziare il carattere poietico dell’intero meccanismo, l’irriducibilità dell’individuo e della sua capacità critica di rifiutare o accettare i canoni (le maschere, i ruoli) proposti dal ambiente cui appartiene.
Ci sarebbe molto da dire su questa “irriducibilità”, che tra le altre cose mette in crisi la concezione dell’uomo presentata poc’anzi, ma preferisco rivolgermi al secondo punto della questione.
b) L’ontologia sociale
Finora non ho fatto distinzioni tra mondo “virtuale” e “reale” perché reputo entrambi adeguati e validi per le interazioni sociali e per il costituirsi dello scambio simbolico.
Mi trovo d’accordo con la tua definizione di mondo/luogo, ma non credo che «il mondo della vita» sia l’unico luogo deputato per lo sviluppo del proprio sé. Un libro, un giornale, una musica, grazie agli sviluppi tecnologici del nostro secolo, consentono di fissare i propri contenuti in supporti fisici emancipando la trasmissione simbolica dai limiti della locazione spazio-temporale del qui e dell’adesso.
Un discorso analogo vale per le interazioni face-to-face: il corpo che secerne tempo è il corpo proiettato oltre il semplice ora, verso futuri possibili. La possibilità di concepire e realizzare questi futuri deve essere direttamente proporzionale ai limiti del corpo stesso, limiti che vengono meno con il sostanziale apporto della tecnica. Come dire, se mi mantengo nei limiti intrinseci della mia corporeità andando a piedi fino a Milano, impiegherò un tempo infinitamente superiore rispetto a quello che impiegherei con l’aereo. Questo vale anche per internet e per ogni forma di comunicazione mediata. Più che parlare di non-luoghi, favorendo la sola dimensione corporea, si dovrebbe parlare di pluralità di luoghi e di tempi amplificati dalle prospettive aperte da una trasmissione di significati che travalica i limiti della comunicazione orale.
Non voglio elogiare la vita “virtuale”, piuttosto evitare un approccio che rifiuti le innovazioni appellandosi a concetti inadatti. Un approccio che, appellandosi alle innovazioni, rifiuti strumenti concettuali ormai inadeguati.
La forma classica di dialogo ne esce alterata? E dunque?
Certo l’interazione tra individui che condividono la medesima locazione spazio-temporale non potrà mai essere sostituita dai mondi virtuali, ma, del resto, la tendenza ad alienarsi da questo «mondo della vita», a volte tanto fantastico quanto crudele, è propria dell’uomo a prescindere dai mezzi utilizzati.
Del resto, viviamo già in un mondo potentemente virtualizzato. Quell’uomo laggiù non è solo una persona, ma è anche il Presidente degli Stati Uniti! I processi che hanno portato alla sua elezione e che gli conferiscono il potere esecutivo attraversano canali non solo fisici, costituiscono quell’ontologia impalpabile eppure vincolante detta “sociale”, la stessa che mi fa fermare allo stop, che stabilisce un valore ai fogli di carta colorati detti ‘banconote’ ecc … Insomma, la dimensione dell’uomo politico non è poi tanto diversa da quella di chi instaura relazioni attraverso software!
Nella proposizione nove suggerisci il primato della corporeità nella realizzazione dell’Io, condizione necessaria e, se ho ben capito, sufficiente. Con questa replica ho voluto provare a spostare questo limite un po’ più in là, senza però cercare di andare “troppo lontano”.
Le infinite possibilità si realizzano in fondo nella sola dimensione spazio-temporale dell’hic et nunc, condensate nell’unico mondo/luogo possibile che hai ben definito sopra. Eppure, intratteniamo col mondo e con gli “altri”, interazioni che non possono essere localizzate nella sola immediatezza, interazioni che obbligano le persone a mettersi in gioco, a spaziare oltre gli orizzonti quotidiani, strutturate in maniera tale da implicare una molteplicità di aspetti temporali, semantici, emotivi ecc …, intrecciati tra loro così da non poterne dipanare le fila e tracciare linee nette di demarcazione.
Ecco perché ritengo limitativo considerare solo alcuni aspetti dell’essere umano, rifiutandone altri per “pregiudizio” nei confronti di ciò che appare strano e talvolta mediocre, sebbene la tentazione a volte sia forte.


Hai colpito in pieno il bersaglio. In effetti, mi trovo concorde in molto, discorde in tanto altro.
Tanto per cominciare resterebbe da capire cosa intendi per
.
Che naturalmente la virtualità implichi l’assunzione di un’identità e spesso e volentieri di una falsa identità, è assolutamente fuori discussione. Ricordavo proprio il caso limite in cui il virtuale diventa reale e il reale virtuale. Forse dunque che stiamo sempre più protendendo verso una comunità virtuale che sostituisca quella reale? Il rischio è di un’umanità che dimentichi la sua essenza corporea e riduca la sua “ontologia sociale” nel regno del virtuale. Esso è già parte integrante del nostro quotidiano, ma non può essere quotidiano. Il cartaceo tende a scomparire in funzione del virtuale (carte di credito, e-book, transizioni economiche, titoli azionari, cartelle cliniche …); forse che matrimoni, guerre, affetti e attività sessuali si ridurranno sempre più a forme simili più di quanto già oggi non avvenga? Che questi siano
mi sembra un punto discutibile.
Il punto sul quale è probabile io sia stato poco chiaro ed efficace è proprio quello a cui fai riferimento dicendo che
alludendo probabilmente al fatto che io non condivida l’idea di una comunicazione mediata, o semplicemente che non la consideri una vera forma di comunicazione. Ma ogni comunicazione prima di essere mediata dal mezzo tecnico (computer, telefono, televisione, scrittura) è mediata dall’uso stesso del linguaggio. La differenza non è quindi tra un’e-mail e una lettera, bensì tra una chat e una piazza. È solo nella condivisione degli spazi che la comunicazione respira, il che non implica tanto che le altre forme comunicative non siano tali, ma che in essi prevalga solo trasmissione d’informazioni.
È facile accorgersi che non condividiamo lo stesso significato di “virtuale”. Per te ho l’impressione che esso denoti nient’altro che l’ambito sociale («Quell’uomo laggiù non è solo una persona, ma è anche il Presidente degli Stati Uniti!») nella sua pluralità di forme.
. Ma non sarebbe in ogni caso meglio distinguere l’ontologia sociale da quella virtuale?Il che non implica necessariamente un’idea di sociale che escluda il virtuale, ma che lo contenga come una sua forma particolare e non identitaria. Come il mondo dell’azione umana è parte del cosmo nella sua totalità, così l’ambito del virtuale è parte di quello sociale, ma una loro identità credo finisca nell’incorrere nei rischi sopra delineati. Spesso e volentieri sono
, ma ne passa tra questo dibattito online e il nostro scrutarci negli occhi sorridendo e bevendo un buon vino. Il mondo umano è quello dell’esperienza. Non escludo dunque i diversi livelli comunicativi
, semplicemente li pongo appunto su diversi livelli che se vuoi fanno del virtuale un sub-luogo nel luogo. Quando dico che il virtuale sia un non-luogo intendo proprio questa alterità d’essere e quindi non riducibile al mondo stesso.
Temo di essermi lasciato fraintendere. Con la frase “strumenti concettuali ormai inadeguati” non intendevo riferirmi al “cartaceo” o al “sociale” bensì alla concezione che privilegia il carattere dialogico nella relazione faccia a faccia come luogo deputato alla trasmissione di significato, perché non riconosce le potenzialità dei cosiddetti media, i quali consentono invece di affrancarsi dalla semplice esperienza quotidiana dell’immediato.
Tu scrivi “il mondo umano è quello dell’esperienza” , io propongo invece di contrassegnare il mondo umano come un mondo impalpabile, e in questo senso virtuale, di significati, presupposto per un’ontologia sociale.
Come hai detto bene la prima forma di mediazione è il linguaggio, “non riducibile al mondo stesso” aggiungerei (usando le tue parole e tenendo in mente l’esperimento mentale della traduzione radicale di Quine), grazie al quale è possibile individuare una profonda alterità tra realtà e rappresentazione. Un processo analogo è quello che fa di questa pietra un fermacarte e di un ramo un bastone.
Searle definisce questi processi “attribuzione di funzioni” mediante i quali assegniamo alle semplici ‘cose’ un’ulteriore status secondo la formula “X sta per Y nel contesto C”.
Così, tornando all’esempio del Presidente degli Stati Uniti, egli è un uomo (X) al quale in occasione delle elezioni presidenziali americane (contesto C) viene assegnato il ruolo e il potere di presidente (Y).
Attraverso il linguaggio imponiamo forme e simboli, εἶδος che si sovrappongono ai meri dati ma non possono ridursi ad essi. Se dunque è l’alterità ciò che caratterizza questo processo, perché non dovrebbe coincidere con “l’alterità d’essere” del mondo virtuale così come l’hai definito?
Quindi, volendo riassumere la mia argomentazione con uno slogan, potrei ribadire che se non tutto ciò che è virtuale implica la cosiddetta ontologia sociale, tutto ciò che rimanda a tale ontologia è, necessariamente, virtuale.
Bada bene, uso la parola “significato” nella sua accezione culturale – e quindi sociale, connessa al tema dell’io e del suo “proporsi” all’interno dei “giuochi” della propria cultura; utilizzare i media (libri, internet, film) per spaziare oltre i confini della propria comunità non ha niente a che vedere con la negazione della realtà.