L’indicibile, ovvero la folie

di Salvatore Pappalardo

Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole

(F.DeAndrè-Un Matto)

In principio è un grido, amorfo e disomogeneo esplode dai meandri magmatici dell’inconscio dove neurotiche antinomie stridono sui cardini impossibili della coscienza -lisergiche, al di là del dicibile. Il grido emerge dal profondo della  corporeità come deflagrazione psico-somatica di un Io angosciato, inaccessibile a se stesso.
Non a caso il grido inarticolato accompagna spesso la figura del folle, archetipico simbolo condannato all’indicibile. Espressione angosciata  di un io frustrato  celebra la prepotente vittoria del soma incontrollabile e incontrastato, avviluppato nelle sue stesse pulsioni, profonde e inspiegabili. Travolto dal tempestoso turbinio emotivo, nell’impossibile espressione del caotico stato interiore, il folle è interdetto dalla forza ordinatrice della parola e costretto ad abdicare alla comprensione e alla coscienza di sé.
Il grido è infatti primigenia espressione di un’intenzionalità comunicativa protesa verso l’altro, che cerca, nell’esteriorizzazione,  di  afferrare e imbrigliare attraverso la dicitura l’indefinito e portarlo così -alla luce. Tradurlo insomma alla coscienza, portarlo nello spazio dischiuso dall’atto poiètico dove l’arbitrio corregge sé stesso nell’infinito riflettersi negli altri.

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Torno a scrivere qualche giorno dopo su queste quattro righe per sviluppare ulteriormente l’intuizione di fondo che, al di là dell’estrosità dello stile, si intravede in controluce:cioè la possibilità di elaborare una fisiologia della ragione che evidenzi la natura costruttiva dell’intelletto, e in quanto tale affine nella funzionalità alla tecnica.

Etimologicamente il costruire condivide il medesimo suffisso –struire, dal latino strùere, della parola istruire. Nella lingua latina strùere indica il processo del comporre, del creare, è l’azione che imprime alla materia amorfa una forma sulle impalcature logiche di un telos artificiale, cioè perpendicolare alla spontaneità sive natura. Vale la pena ricordare la distinzione aristotelica[1] tra physis e téchne, naturale una, artificiale, o antropologica, l’altra: ciò che caratterizza l’artificio è la proprietà manipolatoria di alterare il mondo, sovrapponendo su di esso nuove geometrie.
Queste caratteristiche della tecnica sono parimenti predicabili al linguaggio; anch’esso è un processo che plasma, traccia confini determinando spazi, forme e quindi contenuti. Come la tecnica esso obbedisce alla volontà (all’esigenza) di fronteggiare il caos.

Comune denominatore al linguaggio e alla tecnica è il λόγος; dall’elemento igneo metafora della ragione si può tracciare una storia metaforica del progresso che, da Prometeo alle industrie siderurgiche, passando per l’Illuminismo,  narra l’umana epopea del dominio totale.
È chiaro che certo statuto assiologico attribuito alla razionalità, nonché certo ruolo fondativo, ne esca così compromesso; la ragione non sembra essere migliore del mito creato dai giganti “tutti robusti sensi e vigorosissime fantasie”di Vico. Analogamente potremmo considerare il ‘sublime’ kantiano e chissà quant’altro.

Non è certo un’idea nuova, basti pensare al Pragmatismo o alla funzione schiudente dell’ermeneutica (ontologica prima, linguistica poi)nel pensiero di M.Heidegger e di H.G:Gadamer, in questa mia versione il senso e l’intelligibilità sono però considerati corollari necessari, posteriori, alla funzione ordinatrice.

La caduta del privilegio concesso alla ragione offre prospettive interessanti, tra queste l’idea per cui la razionalità non è l’unica dimensione possibile (qua con “unica dimensione possibile” non intendo presunte necessità di fatto ma l’ipotesi per cui la razionalità non sia l’unica dimensione sopportabile).

Per comprendere meglio quest’idea è utile introdurre la figura opposta, per contrasto, a quella del folle: il sano. Il sano è il depositario di una normalità interiorizzata, acquisita attraverso l’apprendimento delle referenze linguistiche–e razionali- richieste nell’interazione sociale; egli è normale in questo senso,e in quanto tale zoos politikòs. Ma se la politica è l’habitat dell’uomo razionale dove collocare allora il folle?

Nel corso delle epoche lo vediamo danzare tra misticismo ed emarginazione: là è un rapsodico messaggero degli dei, qua un paziente dei manicomi. La sua dignità è in balìa del senso comune, a seconda delle paure e del rispetto della società nei confronti dell’indicibile.

Collocandosi fuori dagli spazi schiusi dalla ragione, il folle abita una dimensione diversa e forse sgradevole ai nostri occhi, intollerabile e dolorosa, ma non per questo sbagliata, se non per coloro che fuggono il dolore e paventano la solitudine, dato che la solitudine è il destino di ogni incompreso.
Ora, supponiamo che ci si possa sobbarcare del gravoso peso di sé stessi e rinunciare a qualsiasi tributo della sfera mondana alla propria individualità, porsi insomma volontariamente sul versante del folle rinunciando ad ogni relazione dialogica con l’altro per seguire i sentieri del proprio io; può darsi che ciò comporti l’esilio dal tepore del focolare domestico, la rinuncia alla sicurezza del branco, alla tranquillità del posto fisso e al conforto del sentirsi compresi e accettati, ma rende possibile (nel senso già accennato) un’altra dimensione oltre a quella politica[2].

Entra in gioco una questione parecchio interessante che, con buona pace di Wittgenstein, reintroduce la problematica di un possibile linguaggio interno. È difficile districare la fitta matassa che avvolge il Sé, la coscienza, l’azione razionale e la volontà, e ne so troppo poco per addentrarmi ulteriormente nell’argomento, ma credo sia chiaro cosa comporti quanto detto finora. Col venire meno dell’importanza delle prerogative razionali viene meno anche il significato attribuito al Sé, omaggio della modernità a sé stessa. Un’alternativa plausibile e altrettanto valida può essere individuata nell’anarco-psicologia stirneriana o nella figura del dott. Kerans, protagonista del Mondo Sommerso di J.G.Ballard. Che statuto attribuire adesso alla mente una volta legittimato un accesso diretto all’interiorità? E che ruolo gioca la volontà se l’inconscio può davvero accampare diritti sull’uomo non meno di quanto faccia il libero arbitrio? Possono coesistere in mutua inclusione? Sembra che per compiere il primo passo verso il proprio “mondo sommerso” sia necessaria una scelta, o è solo un illusione?
Per rispondere a queste domande le soluzioni possibili sono due: o si nega una delle due realtà o ci si impegna in un complicato gioco di mediazione. In entrambi i casi non intendo dilungarmi ancora, per oggi ho scritto abbastanza.

 

 

 

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[1] Il riferimento ad Aristotele è meramente esemplificativo e si ferma qua, sarebbe impensabile infatti individuare una lacerazione tra Ragione e Natura nel pensiero aristotelico.

 

[2] Illuminanti scorci di questa prospettiva possono essere individuati nel Waldgänger jüngeriano, negli aforismi di Renzo Novatore o nel teatro di Ibsen. È chiaro che il folle, come il ribelle, sono etichette posticce per sopperire alla loro inintelligibilità, di per sé essi sono imperscrutabili.

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2 Responses to L’indicibile, ovvero la folie

  1. sintesy says:

    Nel corso delle epoche lo vediamo danzare tra misticismo ed emarginazione: là è un rapsodico messaggero degli dei, qua un paziente dei manicomi. La sua dignità è in balìa del senso comune, a seconda delle paure e del rispetto della società nei confronti dell’indicibile.

    Direi che è giunto il momento di prendere parte al gioco. Quello che mi sembra essere in discussione è proprio il concetto di ragione come prerogativa propria di alcuni e non di altri. Il tempo identifica la “ragione” con qualcosa (la terra è il centro del cosmo) ed esclude il resto (Galilei); poi le cose cambiano, lo scarto diventa ragione (Galilei) e la ragione diventa irrazionale (sistema tolemaico). Nient’altro che la ben nota alternanza dei paradigmi. Il problema diventa: è possibile un confronto tra paradigmi contrari? Sembrerebbe di no. Ma per noi che siamo l’aborto del pensiero moderno, le cose forse prendono sfumature diverse.

    Qualche tempo fa credendo ad un principio teleologico che governasse il reale, credevo di aver ragione. Adesso che aborro qualsiasi finalità metafisica congenita alle cose, credo di aver ragione. Insomma: l’identificazione di ciò che è “razionale” è sempre parecchio “soggettiva”. Uno dei casi odierni è quello del confronto della medicina occidentale con le tecniche di guarigione orientale: sono molti i nostri medici a praticare (ad esempio) l’agopuntura, mentre altri la rifiutano completamente.

    Che tutto sia relativo? Non credo. Piuttosto, tutto è relativo a una teoria di sfondo, ad un sistema di riferimento. La domanda non è “cosa sia la ragione”, ma “cosa è razionale per un determinato sistema di pensiero”. Credere che si possa dare risposte assolute – cioè slegate da un piano,da un dominio scelto – è il vecchio sogno filosofico di dar Giustificazione alle cose.

    Per dirla con Putnam: se Dio stesso considerasse la questione se esiste qualcosa o nulla, risolverebbe la questione come puro non senso.

    Non cos’è la ragione, ma cosa una certa teoria identifica per “ragione”.

    La conseguenza è un pluralismo filosofico che in ogni caso non riconosce legittimità a qualsiasi cosa.

  2. uccion says:

    Hai detto bene, la relatività assume significato sempre in prospettiva, sempre secondo una certa grammatica. Ma non è questo l’essenziale, sebbene lo spunto mi è stato suggerito da quella famosa sera in campagna, sulla scia del “Crepuscolo degli dei”, l’intento finale non è celebrare la fine della Ragione, ho solo voluto fare una sorta di esperimento, di gioco, che cerca di “sbanalizzare” l’immagine dello zoos politikos. La domanda fondamentale è; posto che la politicità coincide con una ratio, è possibile trarsi fuori da questa dimensione? E se si, che cosa rimane una volta spogliati degli abiti culturali? Ciò può portare ad una sorta di platonismo, di innatismo, ecc. ma non bisogna avere fretta nelle conclusioni. Il modello di ragione che ho tratteggiato, per esempio, è valido in un’ottica che intende i concetti come rappresentazioni mentali nella forma di definizioni, che alfabetizzano il mondo e lo portano “alla coscienza”, alla reattività del libero arbitrio sotto forma di ragioni.
    Ma questa, dopo un mese di studi vari, mi rendo conto non è che una possibile definizione di concetto, che chiamerò ‘classica’, In quest’ottica l’individuo, rifugiandosi nel suo spazio interiore, può solo arrendersi a se stesso perché non è ammissibile ragione, ancor più se essa è situata nella sfera sociale, e l’intero post diventa solo un tentativo, inutile, di forzare i confini del linguaggio.
    Ma se proviamo a naturalizzare la ragione, come processo biologico di adattamento, intrinseca all’uomo quanto ad ogni essere animale (pensa agli esperimenti di Pavlov) allora forse si che è plausibile abbandonare lo stereotipo aristotelico senza perdere la razionalità.

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