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	<title>Commenti a: La strategia ontologica di Quine</title>
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		<title>Di: Massimo Vaj</title>
		<link>http://www.filosoficamente.org/2010/01/la-strategia-ontologica-di-quine/comment-page-1/#comment-268</link>
		<dc:creator>Massimo Vaj</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jan 2011 19:10:59 +0000</pubDate>
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		<description>La metafisica non è affatto &quot;cos&#039;è quello che c&#039;è&quot;, che dovrebbe essere funzione della scienza indagare, ma è: a quale principio di ordine universale obbedisce ciò che è, perché prima a quello che all&#039;altro, quale posizione occupa nella gerarchia logica e in quella sequenziale perché temporale, in cui i princìpi sono ordinati secondo il grado di prossimità al Centro dal quale ognuno di essi procede.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>La metafisica non è affatto &#8220;cos&#8217;è quello che c&#8217;è&#8221;, che dovrebbe essere funzione della scienza indagare, ma è: a quale principio di ordine universale obbedisce ciò che è, perché prima a quello che all&#8217;altro, quale posizione occupa nella gerarchia logica e in quella sequenziale perché temporale, in cui i princìpi sono ordinati secondo il grado di prossimità al Centro dal quale ognuno di essi procede.</p>
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		<title>Di: Emilio</title>
		<link>http://www.filosoficamente.org/2010/01/la-strategia-ontologica-di-quine/comment-page-1/#comment-187</link>
		<dc:creator>Emilio</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Oct 2010 13:37:48 +0000</pubDate>
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		<description>Caro Luigi, niente scuse. Mi hai buttato in questo caos ontologico - non so più chi sono dal momento che ingnoro il senso dell&#039;essere - e adesso me ne tiri fuori.
No,dai,scherzi a parte, sto cercando di rileggere il testo di Spolaore/Giaretta, vedendo meglio certe questioni. Abbiamo già parlato a lungo di Salmon,Meinong e le interpretazioni modali di Berto/Priest. La mia simpatia resta per loro, almeno per il momento, però sto considerando le tesi del realismo ontologico, delle logiche libere e dei &quot;battesimi&quot; kripkiani. In fondo, tutto dipende dalla misura in cui certi problemi vengono risolti.

&quot;Non possiamo non dirci kripkiani&quot;? Ecco, mi toccherà capire anche questa adesso...
(appena torno in patria, cercherò di procurarmi il testo)

Sempre grazie</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Luigi, niente scuse. Mi hai buttato in questo caos ontologico &#8211; non so più chi sono dal momento che ingnoro il senso dell&#8217;essere &#8211; e adesso me ne tiri fuori.<br />
No,dai,scherzi a parte, sto cercando di rileggere il testo di Spolaore/Giaretta, vedendo meglio certe questioni. Abbiamo già parlato a lungo di Salmon,Meinong e le interpretazioni modali di Berto/Priest. La mia simpatia resta per loro, almeno per il momento, però sto considerando le tesi del realismo ontologico, delle logiche libere e dei &#8220;battesimi&#8221; kripkiani. In fondo, tutto dipende dalla misura in cui certi problemi vengono risolti.</p>
<p>&#8220;Non possiamo non dirci kripkiani&#8221;? Ecco, mi toccherà capire anche questa adesso&#8230;<br />
(appena torno in patria, cercherò di procurarmi il testo)</p>
<p>Sempre grazie</p>
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		<title>Di: Luigi Pavone</title>
		<link>http://www.filosoficamente.org/2010/01/la-strategia-ontologica-di-quine/comment-page-1/#comment-185</link>
		<dc:creator>Luigi Pavone</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Oct 2010 22:09:49 +0000</pubDate>
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		<description>Dal momento che i libri di Giaretta/Spolaore e N. Salmon te li ho passati o suggeriti io, mi sento un po&#039; responsabile della tua confusione. Quindi insisto, segnalandoti un libro recentemente pubblicato dalla Carocci, «Il genio compreso». Ne ho parlato molto brevemente nel mio blog a proposito di una sua recensione fatta da Andrea Iacona per il Philosophical News. Ti metto il link: http://boxman.ilcannocchiale.it/2010/10/16/non_possiamo_non_dirci_kripkia.html


L&#039;ipotesi storiografica secondo la quale le differenti concezioni ontologiche di Quine e Meinong derivino da approcci metodologici differenti, rispettivamente: filosofia analitica e fenomenologia, non mi convince molto. In Teoria dell&#039;oggetto, Meinong afferma che la risoluzione del problema dello psicologismo in gnoseologia richiede ciò che a Husserl mancava, cioè una teoria generale dell&#039;oggetto. Però il problema dello psicologismo è un problema trasversale, basti pensare a Nagel. Inoltre Meinong fu allievo di Bolzano, che da più parti è considerato uno dei padri della filosofia analitica. E Russell, che in fatto di gusti filosofici era piuttosto selettivo, non avrebbe mai recensito il libro di Meinong se non vi avesse trovato una familiarità metodologica di fondo. Si consideri ancora che molti filosofi di area analitica, come T. Parsons o G. Priest, hanno in anni recenti rivisitato e riproposto la teoria dell&#039;oggetto di Meinong. La rivitazione è una operazione che comporta reciprocità metodologica.

Sono invece molto d&#039;accordo nel considerare l&#039;ontologia analitica un modo per recuperare alla filosofia uno sguardo più ampio. A volte mi chiedo (ma lascio subito cadere la domanda, come estranea alla mia cultura, ma poi chissà fino a che punto estranea) se l&#039;ontologia formale possa aprire uno spazio nuovo, teoricamente proficuo per una teologia razionale. Insomma, da Aristotele a Hegel, Dio è un&#039;entità di cui i filosofi parlano. Forse l&#039;ontologia analitica può aiutarci a migliorare il nostro discorso su Dio.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Dal momento che i libri di Giaretta/Spolaore e N. Salmon te li ho passati o suggeriti io, mi sento un po&#8217; responsabile della tua confusione. Quindi insisto, segnalandoti un libro recentemente pubblicato dalla Carocci, «Il genio compreso». Ne ho parlato molto brevemente nel mio blog a proposito di una sua recensione fatta da Andrea Iacona per il Philosophical News. Ti metto il link: <a href="http://boxman.ilcannocchiale.it/2010/10/16/non_possiamo_non_dirci_kripkia.html" rel="nofollow">http://boxman.ilcannocchiale.it/2010/10/16/non_possiamo_non_dirci_kripkia.html</a></p>
<p>L&#8217;ipotesi storiografica secondo la quale le differenti concezioni ontologiche di Quine e Meinong derivino da approcci metodologici differenti, rispettivamente: filosofia analitica e fenomenologia, non mi convince molto. In Teoria dell&#8217;oggetto, Meinong afferma che la risoluzione del problema dello psicologismo in gnoseologia richiede ciò che a Husserl mancava, cioè una teoria generale dell&#8217;oggetto. Però il problema dello psicologismo è un problema trasversale, basti pensare a Nagel. Inoltre Meinong fu allievo di Bolzano, che da più parti è considerato uno dei padri della filosofia analitica. E Russell, che in fatto di gusti filosofici era piuttosto selettivo, non avrebbe mai recensito il libro di Meinong se non vi avesse trovato una familiarità metodologica di fondo. Si consideri ancora che molti filosofi di area analitica, come T. Parsons o G. Priest, hanno in anni recenti rivisitato e riproposto la teoria dell&#8217;oggetto di Meinong. La rivitazione è una operazione che comporta reciprocità metodologica.</p>
<p>Sono invece molto d&#8217;accordo nel considerare l&#8217;ontologia analitica un modo per recuperare alla filosofia uno sguardo più ampio. A volte mi chiedo (ma lascio subito cadere la domanda, come estranea alla mia cultura, ma poi chissà fino a che punto estranea) se l&#8217;ontologia formale possa aprire uno spazio nuovo, teoricamente proficuo per una teologia razionale. Insomma, da Aristotele a Hegel, Dio è un&#8217;entità di cui i filosofi parlano. Forse l&#8217;ontologia analitica può aiutarci a migliorare il nostro discorso su Dio.</p>
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		<title>Di: Giulio Napoleoni</title>
		<link>http://www.filosoficamente.org/2010/01/la-strategia-ontologica-di-quine/comment-page-1/#comment-184</link>
		<dc:creator>Giulio Napoleoni</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Oct 2010 23:56:53 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.filosoficamente.org/?p=364#comment-184</guid>
		<description>Grazie per tutte le segnalazioni e i link. Cercherò di informarmi, soprattutto sull&#039;ontologia applicata.
 
Quanto all&#039;ontologia filosofica credo che per ritrovare se stessa e il proprio senso dovrebbe tornare ad &quot;applicarsi&quot; a questioni cruciali, in primo luogo a studiare il significato di &quot;esiste&quot; e &quot;non esiste&quot; in riferimento a soggetti come Dio, il libero arbitrio o il male...

Teniamoci in contatto sui rispettivi blog!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie per tutte le segnalazioni e i link. Cercherò di informarmi, soprattutto sull&#8217;ontologia applicata.</p>
<p>Quanto all&#8217;ontologia filosofica credo che per ritrovare se stessa e il proprio senso dovrebbe tornare ad &#8220;applicarsi&#8221; a questioni cruciali, in primo luogo a studiare il significato di &#8220;esiste&#8221; e &#8220;non esiste&#8221; in riferimento a soggetti come Dio, il libero arbitrio o il male&#8230;</p>
<p>Teniamoci in contatto sui rispettivi blog!</p>
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		<title>Di: Emilio</title>
		<link>http://www.filosoficamente.org/2010/01/la-strategia-ontologica-di-quine/comment-page-1/#comment-183</link>
		<dc:creator>Emilio</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Oct 2010 18:54:11 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.filosoficamente.org/?p=364#comment-183</guid>
		<description>Egregio prof. Giulio Napoleoni,
la ringrazio vivamente per aver visitato il nostro sito e naturalmente per aver commentato il mio post. 
Da parte mia l&#039;avvicinamento delle due posizioni - meinonghiana e quineana, fenomenologica e analitica se vogliamo - non è pensata tanto nei termini di &quot;dialogo&quot; tra le due correnti - potrebbe benissimo esserlo - piuttosto come metodo di discussione generale su problemi ontologici.
Cerco di spiegarmi meglio. Da una parte le recenti pubblicazioni sul problema ontologico nel nostro paese - penso a &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/esistenza-non-logica-quadrato-rotondo/libro/9788842092421&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;Francesco Berto&lt;/a&gt;,&lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/metafisica-classici-contemporanei-laterza/libro/9788842083825&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt; Achille Varzi&lt;/a&gt;, &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/inventario-mondo-guida-studio-ontologia/libro/9788860082145&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;Paolo Valore&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/esistenza-identita-giaretta-pierdaniele-mimesis/libro/9788884838216&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;Giuseppe Spolaore/Pierdaniele Giarretta&lt;/a&gt; - mettono chiaramente in risalto il &quot;problema meta-ontologico&quot;: cosa facciamo facendo asserzioni esistenziali? Cosa stiamo dicendo quando diciamo che &quot;x è&quot;? Ed è possibile dire che &quot;qualcosa non è&quot;? Dall&#039;altra penso agli studi di ontologia applicata (&lt;a href=&quot;http://www.loa-cnr.it/index.html&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;link1&lt;/a&gt; e&lt;a href=&quot;http://ontology.buffalo.edu/smith/&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt; link2&lt;/a&gt;), che attraverso &lt;em&gt;teorie ibride&lt;/em&gt; &quot;risolvono&quot; magistralmente le contese filosofiche; certo, non senza problemi!
Ecco allora perché Quine-Meinong: abbiamo bisogno di impasse logiche, o stregie risolutive?

In ogni caso, dopo aver letto Berto, un saggio di &lt;a href=&quot;http://www.philosophy.ucsb.edu/people/profiles/faculty/salmon.html&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;Salmon&lt;/a&gt; e il testo di Spolaore-Giaretta, mi sento decisamente più confuso!

Grazie per aver dedicato del tempo a degli studenti, nella speranza che il nostro dialogo possa continuare.
Mi permetto di segnalarle una breve discussione sul testo di Berto, &lt;a href=&quot;http://www.emiliosanfilippo.it/?page_id=718&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Egregio prof. Giulio Napoleoni,<br />
la ringrazio vivamente per aver visitato il nostro sito e naturalmente per aver commentato il mio post.<br />
Da parte mia l&#8217;avvicinamento delle due posizioni &#8211; meinonghiana e quineana, fenomenologica e analitica se vogliamo &#8211; non è pensata tanto nei termini di &#8220;dialogo&#8221; tra le due correnti &#8211; potrebbe benissimo esserlo &#8211; piuttosto come metodo di discussione generale su problemi ontologici.<br />
Cerco di spiegarmi meglio. Da una parte le recenti pubblicazioni sul problema ontologico nel nostro paese &#8211; penso a <a href="http://www.libreriauniversitaria.it/esistenza-non-logica-quadrato-rotondo/libro/9788842092421" rel="nofollow">Francesco Berto</a>,<a href="http://www.libreriauniversitaria.it/metafisica-classici-contemporanei-laterza/libro/9788842083825" rel="nofollow"> Achille Varzi</a>, <a href="http://www.libreriauniversitaria.it/inventario-mondo-guida-studio-ontologia/libro/9788860082145" rel="nofollow">Paolo Valore</a> e <a href="http://www.libreriauniversitaria.it/esistenza-identita-giaretta-pierdaniele-mimesis/libro/9788884838216" rel="nofollow">Giuseppe Spolaore/Pierdaniele Giarretta</a> &#8211; mettono chiaramente in risalto il &#8220;problema meta-ontologico&#8221;: cosa facciamo facendo asserzioni esistenziali? Cosa stiamo dicendo quando diciamo che &#8220;x è&#8221;? Ed è possibile dire che &#8220;qualcosa non è&#8221;? Dall&#8217;altra penso agli studi di ontologia applicata (<a href="http://www.loa-cnr.it/index.html" rel="nofollow">link1</a> e<a href="http://ontology.buffalo.edu/smith/" rel="nofollow"> link2</a>), che attraverso <em>teorie ibride</em> &#8220;risolvono&#8221; magistralmente le contese filosofiche; certo, non senza problemi!<br />
Ecco allora perché Quine-Meinong: abbiamo bisogno di impasse logiche, o stregie risolutive?</p>
<p>In ogni caso, dopo aver letto Berto, un saggio di <a href="http://www.philosophy.ucsb.edu/people/profiles/faculty/salmon.html" rel="nofollow">Salmon</a> e il testo di Spolaore-Giaretta, mi sento decisamente più confuso!</p>
<p>Grazie per aver dedicato del tempo a degli studenti, nella speranza che il nostro dialogo possa continuare.<br />
Mi permetto di segnalarle una breve discussione sul testo di Berto, <a href="http://www.emiliosanfilippo.it/?page_id=718" rel="nofollow">qui</a>.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Giulio Napoleoni</title>
		<link>http://www.filosoficamente.org/2010/01/la-strategia-ontologica-di-quine/comment-page-1/#comment-182</link>
		<dc:creator>Giulio Napoleoni</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Oct 2010 23:12:47 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.filosoficamente.org/?p=364#comment-182</guid>
		<description>Mi sembra valido l&#039;intento di trovare punti di contatto fra Quine e Meinong, infatti credo che la differenza fra le loro proposte ontologiche sia uno dei problemi maggiori per un&#039;ontologia che voglia tentare un discorso unitario.

Credo che la distanza fra i due rifletta le diverse prospettive filosofiche in cui si collocano: la fenomenologia per Meinong e la filosofia analitica per Quine.

Rimando a un mio breve testo: http://giulionapoleoni.blogspot.com/2010/04/fuga-dallontologia.html</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi sembra valido l&#8217;intento di trovare punti di contatto fra Quine e Meinong, infatti credo che la differenza fra le loro proposte ontologiche sia uno dei problemi maggiori per un&#8217;ontologia che voglia tentare un discorso unitario.</p>
<p>Credo che la distanza fra i due rifletta le diverse prospettive filosofiche in cui si collocano: la fenomenologia per Meinong e la filosofia analitica per Quine.</p>
<p>Rimando a un mio breve testo: <a href="http://giulionapoleoni.blogspot.com/2010/04/fuga-dallontologia.html" rel="nofollow">http://giulionapoleoni.blogspot.com/2010/04/fuga-dallontologia.html</a></p>
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		<title>Di: Emilio</title>
		<link>http://www.filosoficamente.org/2010/01/la-strategia-ontologica-di-quine/comment-page-1/#comment-110</link>
		<dc:creator>Emilio</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 11:48:28 +0000</pubDate>
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		<description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Il nocciolo della questione mi sembra sbrogliato e sono per lo più d&#039;accordo con te. In particolare:

&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;blockquote&gt;Il mio cruccio rimane questo; un tale modo di fare ontologia non corre il rischio di mettere sullo stesso piano i personaggi della Divina Commedia con il libro da cui si studiano?&lt;/blockquote&gt;

&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Naturalmente no. Come sostieni giustamente nel corso di quest&#039;argomentazione è bene che l&#039;ontologo – quanto il filosofo – mantenga chiara la differenza: il tavolo non è il suo concetto. Allo stesso tempo mi chiedo se sia sempre possibile tracciare il confine esatto tra l&#039;uno e l&#039;altro: se il guardare è teorizzare, cosa è dello sguardo e cosa della teoria? Un europeo di buoni costumi vedrebbe nella mucca un bel pasto, l&#039;indiano un essere sacro: la teoria per certi versi non fa la vista? E credo che sia proprio per uscire dalla matassa concetto/oggetto che la maggior parte degli ontologi contemporanei ha smesso di volerla risolvere: esiste un problema? Bene: mettiamo in atto strategie risolutive, che poi la cosa sia oggetto o concetto poco importa! Aspetta: importa poco a fini ontologici (secondo me), non come punto filosofico! Se guardi il sito del Laboratorio di Ontologia Applicata di Trento diretto da Guarino, ti renderai subito conto di quanto non interessi loro che le categorie dei moduli ontologici inventati siano concetti, o che la classe degli oggetti faccia direttamente “parte” del fenomenico. Ulisse, Prometeo, gli elettroni e le cascate: ne parliamo, sono oggetto della nostra esperienza, allora li includiamo tutti in modo diverso. Credo che Parmenide avesse già visto bene e nonostante tutto il pressuposto che noi vogliamo assumere sia quello aristotelico: non ci importa sapere che le cose &lt;em&gt;sono&lt;/em&gt;, ma &lt;em&gt;come&lt;/em&gt; sono. E se l&#039;essere sia dà in molti modi (Arist., Metafisica) quali sono questi modi?

&lt;blockquote&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;  la distinzione tra enunciati analitici e sintetici, nonostante Quine e compagnia, ha ancora un vantaggio: consente, nei limiti, di fare dell’esperienza il banco di prova per alcune classi di “concetti di oggetti”, che non sono ovviamente quelli prodotti unicamente dal pensiero (come le matematiche o i 100 talleri fittizi), bensì quelli che ci forniscono l’effettiva conoscenza del mondo(quella delle asserzioni vere e false e che per Kant era comunque oggetto della fisica) e che ci consentono di fare acquisti e pagare le tasse.&lt;/blockquote&gt;

&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Chiaramente in questo modo la distinzione per certi versi faglia: prendi la matematica o la geometria. Una volta uniti tre punti in un determinato modo, quel triangolo avrà un esistenza tutta sua. Per quanto possiamo discuterne la somma dei suoi angoli sarà sempre di 180 gradi. È davvero un&#039;ottima costruzione quella che abbiamo fatto: ma esiste un limite tra la costruzione e il reale? Se ci pensi “costruiamo sulle costruzioni”: gli uomini sono spediti sulla luna in base a cordinate matematiche!	

&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Sul problema kantiano non so cosa dire, tu hai studiato senza dubbio meglio il punto. Però forse sei fatto di Ferraris e a dirti il vero in Kant non so se sia possibile parlare di “confusione” oggetto/concetto.

&lt;blockquote&gt;Questa asimmetria fa si che la realtà, e con essa l’esperienza empirica, abbia una sua autonomia e che sia indipendente dal modo in cui ci riferiamo ad essa; proprio perché abbiamo filtri biologici oltre che sociali, la (nostra) percezione delle cose può non risolversi nel linguaggio, semmai lo precede.&lt;/blockquote&gt;

&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Io direi piuttosto che “proprio perché abbiamo filtri biologici oltre che sociali” il mondo non può risolversi nel linguaggio (il mondo è ciò che è prima del linguaggio e oltre il linguaggio stesso), ma per la specie Homo sapiens il suo mondo è il linguaggio: i limiti del linguaggio sono i limiti del mondo. Oltre il linguaggio è oltre il tempo, ma se è oltre il tempo non è indagabile.

&lt;blockquote&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; La conoscenza, nel caso ristretto della conoscenza dei fatti perlomeno, può forse essere qualcosa di diverso dall’adaequatio ad rem? &lt;/blockquote&gt;

La conoscenza è una straordinaria adeguazione alle cose. È un ponte: non è i pilastri! 

&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Ad ogni modo tu scrivi di gnoseologia, io di ontologia: la pensiamo diversamente in sostanza perché abbiamo obiettivi diversi. Ed è bene che sia così. Non riesco a non ridere quanto sento da molte parti che si voglia ancora costruire un&#039;immagine delle cose. Come se il tempo non avesse dimostrato il fallimento del sistema.

C&#039;è una poesia che in questo periodo mi tormenta e dalla quale credo di aver attinto:&lt;a href=&quot;http://www.augustoponzio.com/PDF/Borges.pdf&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt; Le cose&lt;/a&gt;.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il nocciolo della questione mi sembra sbrogliato e sono per lo più d&#8217;accordo con te. In particolare:</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>Il mio cruccio rimane questo; un tale modo di fare ontologia non corre il rischio di mettere sullo stesso piano i personaggi della Divina Commedia con il libro da cui si studiano?</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente no. Come sostieni giustamente nel corso di quest&#8217;argomentazione è bene che l&#8217;ontologo – quanto il filosofo – mantenga chiara la differenza: il tavolo non è il suo concetto. Allo stesso tempo mi chiedo se sia sempre possibile tracciare il confine esatto tra l&#8217;uno e l&#8217;altro: se il guardare è teorizzare, cosa è dello sguardo e cosa della teoria? Un europeo di buoni costumi vedrebbe nella mucca un bel pasto, l&#8217;indiano un essere sacro: la teoria per certi versi non fa la vista? E credo che sia proprio per uscire dalla matassa concetto/oggetto che la maggior parte degli ontologi contemporanei ha smesso di volerla risolvere: esiste un problema? Bene: mettiamo in atto strategie risolutive, che poi la cosa sia oggetto o concetto poco importa! Aspetta: importa poco a fini ontologici (secondo me), non come punto filosofico! Se guardi il sito del Laboratorio di Ontologia Applicata di Trento diretto da Guarino, ti renderai subito conto di quanto non interessi loro che le categorie dei moduli ontologici inventati siano concetti, o che la classe degli oggetti faccia direttamente “parte” del fenomenico. Ulisse, Prometeo, gli elettroni e le cascate: ne parliamo, sono oggetto della nostra esperienza, allora li includiamo tutti in modo diverso. Credo che Parmenide avesse già visto bene e nonostante tutto il pressuposto che noi vogliamo assumere sia quello aristotelico: non ci importa sapere che le cose <em>sono</em>, ma <em>come</em> sono. E se l&#8217;essere sia dà in molti modi (Arist., Metafisica) quali sono questi modi?</p>
<blockquote><p style="text-align: justify;">  la distinzione tra enunciati analitici e sintetici, nonostante Quine e compagnia, ha ancora un vantaggio: consente, nei limiti, di fare dell’esperienza il banco di prova per alcune classi di “concetti di oggetti”, che non sono ovviamente quelli prodotti unicamente dal pensiero (come le matematiche o i 100 talleri fittizi), bensì quelli che ci forniscono l’effettiva conoscenza del mondo(quella delle asserzioni vere e false e che per Kant era comunque oggetto della fisica) e che ci consentono di fare acquisti e pagare le tasse.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Chiaramente in questo modo la distinzione per certi versi faglia: prendi la matematica o la geometria. Una volta uniti tre punti in un determinato modo, quel triangolo avrà un esistenza tutta sua. Per quanto possiamo discuterne la somma dei suoi angoli sarà sempre di 180 gradi. È davvero un&#8217;ottima costruzione quella che abbiamo fatto: ma esiste un limite tra la costruzione e il reale? Se ci pensi “costruiamo sulle costruzioni”: gli uomini sono spediti sulla luna in base a cordinate matematiche!	</p>
<p style="text-align: justify;">Sul problema kantiano non so cosa dire, tu hai studiato senza dubbio meglio il punto. Però forse sei fatto di Ferraris e a dirti il vero in Kant non so se sia possibile parlare di “confusione” oggetto/concetto.</p>
<blockquote><p>Questa asimmetria fa si che la realtà, e con essa l’esperienza empirica, abbia una sua autonomia e che sia indipendente dal modo in cui ci riferiamo ad essa; proprio perché abbiamo filtri biologici oltre che sociali, la (nostra) percezione delle cose può non risolversi nel linguaggio, semmai lo precede.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Io direi piuttosto che “proprio perché abbiamo filtri biologici oltre che sociali” il mondo non può risolversi nel linguaggio (il mondo è ciò che è prima del linguaggio e oltre il linguaggio stesso), ma per la specie Homo sapiens il suo mondo è il linguaggio: i limiti del linguaggio sono i limiti del mondo. Oltre il linguaggio è oltre il tempo, ma se è oltre il tempo non è indagabile.</p>
<blockquote><p style="text-align: justify;"> La conoscenza, nel caso ristretto della conoscenza dei fatti perlomeno, può forse essere qualcosa di diverso dall’adaequatio ad rem? </p>
</blockquote>
<p>La conoscenza è una straordinaria adeguazione alle cose. È un ponte: non è i pilastri! </p>
<p style="text-align: justify;">Ad ogni modo tu scrivi di gnoseologia, io di ontologia: la pensiamo diversamente in sostanza perché abbiamo obiettivi diversi. Ed è bene che sia così. Non riesco a non ridere quanto sento da molte parti che si voglia ancora costruire un&#8217;immagine delle cose. Come se il tempo non avesse dimostrato il fallimento del sistema.</p>
<p>C&#8217;è una poesia che in questo periodo mi tormenta e dalla quale credo di aver attinto:<a href="http://www.augustoponzio.com/PDF/Borges.pdf" rel="nofollow"> Le cose</a>.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: uccion</title>
		<link>http://www.filosoficamente.org/2010/01/la-strategia-ontologica-di-quine/comment-page-1/#comment-109</link>
		<dc:creator>uccion</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 01:05:33 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.filosoficamente.org/?p=364#comment-109</guid>
		<description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Il mio cruccio rimane questo; un tale modo di fare ontologia non corre il rischio di mettere sullo stesso piano i personaggi della Divina Commedia con il libro da cui si studiano? C’è una sostanziale differenza, la stessa che passa tra un tavolo e la fotografia di un tavolo. Analogamente credo bisogna tenere distinti le cose e i concetti delle cose; il soggetto modifica i secondi, non i primi. Anche Kant in fondo teneva in guardia dal non confondere i 100 talleri pensati da quelli reali, perché la distinzione tra enunciati analitici e sintetici, nonostante Quine e compagnia, ha ancora un vantaggio: consente, nei limiti, di fare dell’esperienza il banco di prova per alcune classi di “concetti di oggetti”, che non sono ovviamente quelli prodotti unicamente dal pensiero (come le matematiche o i 100 talleri fittizi), bensì quelli che ci forniscono l’effettiva conoscenza del mondo(quella delle asserzioni vere e false e che per Kant era comunque oggetto della fisica) e che ci consentono di fare acquisti e pagare le tasse.
Il problema del realismo kantiano è che si vengono a sovrapporre cose e concetti: nel passo che hai citato si può intravedere il meccanismo “perverso” dell’intera Deduzione Trascendentale che spianerà la strada all’ermeneutica ontologica del “non esistono fatti ma solo interpretazioni”, passando per l’idealismo ottocentesco. Grossolanamente il problema di Kant era fare della fisica qualcosa di certo e inamovibile grazie all’aiuto della metafisica; di fatto, la Ragion Pura può essere considerata uno valoroso sforzo teso all’elaborazione di una teoria dell’oggettivazione che cerca di fondare la fisica attraverso dei principi che, guarda caso, trovano conferma proprio nella fisica stessa. L’annosa questione della giustificazione veniva dunque risolta grazie a quel truismo inevitabile a cui abbiamo entrambi accennato, “la ragione vede ciò che lei stessa produce” troviamo infatti scritto poco prima del passo da te citato, e ciò è possibile grazie ad un Io che agisce sulle categorie trascendentali dello Spazio e del Tempo dell’intuizione sensibile.  Così che l’esperienza fenomenica, vale a dire il nostro contatto diretto con gli oggetti che possiamo conoscere, non può che essere già determinata dalle nostre categorie concettuali, pena l’impossibilità di poterci riferire ad essi. In una parola è il mondo, quello in cui viviamo e agiamo, che si trova ad essere già costituito. 
Insisto tanto su questo punto per rimarcare l’asimmetria tra il mondo delle cose e i concetti che utilizziamo per riferirci ad esso. C’è un’alterità evidente su cui mi ero già soffermato &lt;a href=&quot;http://sophos.splinder.com/post/19890369/Decisione%2C+o+lo+spettro+della+/comment/53984361#cid-53984361&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;: la realtà è una funzione continua nel tempo, il linguaggio ne può solo riflettere una parte e non è detto in fondo che lo faccia correttamente. Questa asimmetria fa si che la realtà, e con essa l’esperienza empirica, abbia una sua autonomia e che sia indipendente dal modo in cui ci riferiamo ad essa;  proprio perché abbiamo filtri biologici oltre che sociali, la (nostra) percezione delle cose può non risolversi nel linguaggio, semmai lo precede. La conoscenza, nel caso ristretto della conoscenza dei fatti perlomeno, può forse essere qualcosa di diverso dall’adaequatio ad rem? Ben venga una lista di ciò che esiste nel senso più lato possibile, ma attenzione, l’immagine di qualcosa rimane pur sempre un’immagine e non &lt;em&gt;quella&lt;/em&gt; cosa.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il mio cruccio rimane questo; un tale modo di fare ontologia non corre il rischio di mettere sullo stesso piano i personaggi della Divina Commedia con il libro da cui si studiano? C’è una sostanziale differenza, la stessa che passa tra un tavolo e la fotografia di un tavolo. Analogamente credo bisogna tenere distinti le cose e i concetti delle cose; il soggetto modifica i secondi, non i primi. Anche Kant in fondo teneva in guardia dal non confondere i 100 talleri pensati da quelli reali, perché la distinzione tra enunciati analitici e sintetici, nonostante Quine e compagnia, ha ancora un vantaggio: consente, nei limiti, di fare dell’esperienza il banco di prova per alcune classi di “concetti di oggetti”, che non sono ovviamente quelli prodotti unicamente dal pensiero (come le matematiche o i 100 talleri fittizi), bensì quelli che ci forniscono l’effettiva conoscenza del mondo(quella delle asserzioni vere e false e che per Kant era comunque oggetto della fisica) e che ci consentono di fare acquisti e pagare le tasse.<br />
Il problema del realismo kantiano è che si vengono a sovrapporre cose e concetti: nel passo che hai citato si può intravedere il meccanismo “perverso” dell’intera Deduzione Trascendentale che spianerà la strada all’ermeneutica ontologica del “non esistono fatti ma solo interpretazioni”, passando per l’idealismo ottocentesco. Grossolanamente il problema di Kant era fare della fisica qualcosa di certo e inamovibile grazie all’aiuto della metafisica; di fatto, la Ragion Pura può essere considerata uno valoroso sforzo teso all’elaborazione di una teoria dell’oggettivazione che cerca di fondare la fisica attraverso dei principi che, guarda caso, trovano conferma proprio nella fisica stessa. L’annosa questione della giustificazione veniva dunque risolta grazie a quel truismo inevitabile a cui abbiamo entrambi accennato, “la ragione vede ciò che lei stessa produce” troviamo infatti scritto poco prima del passo da te citato, e ciò è possibile grazie ad un Io che agisce sulle categorie trascendentali dello Spazio e del Tempo dell’intuizione sensibile.  Così che l’esperienza fenomenica, vale a dire il nostro contatto diretto con gli oggetti che possiamo conoscere, non può che essere già determinata dalle nostre categorie concettuali, pena l’impossibilità di poterci riferire ad essi. In una parola è il mondo, quello in cui viviamo e agiamo, che si trova ad essere già costituito.<br />
Insisto tanto su questo punto per rimarcare l’asimmetria tra il mondo delle cose e i concetti che utilizziamo per riferirci ad esso. C’è un’alterità evidente su cui mi ero già soffermato <a href="http://sophos.splinder.com/post/19890369/Decisione%2C+o+lo+spettro+della+/comment/53984361#cid-53984361" rel="nofollow">qui</a>: la realtà è una funzione continua nel tempo, il linguaggio ne può solo riflettere una parte e non è detto in fondo che lo faccia correttamente. Questa asimmetria fa si che la realtà, e con essa l’esperienza empirica, abbia una sua autonomia e che sia indipendente dal modo in cui ci riferiamo ad essa;  proprio perché abbiamo filtri biologici oltre che sociali, la (nostra) percezione delle cose può non risolversi nel linguaggio, semmai lo precede. La conoscenza, nel caso ristretto della conoscenza dei fatti perlomeno, può forse essere qualcosa di diverso dall’adaequatio ad rem? Ben venga una lista di ciò che esiste nel senso più lato possibile, ma attenzione, l’immagine di qualcosa rimane pur sempre un’immagine e non <em>quella</em> cosa.</p>
]]></content:encoded>
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	<item>
		<title>Di: Emilio</title>
		<link>http://www.filosoficamente.org/2010/01/la-strategia-ontologica-di-quine/comment-page-1/#comment-107</link>
		<dc:creator>Emilio</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 14:00:29 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.filosoficamente.org/?p=364#comment-107</guid>
		<description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Era questo il passo della Critica che avevo in mente ieri

&lt;blockquote&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;La ragione deve accostarsi alla natura, tenendo in una mano i suoi principi – seguendo i quali soltanto è possibile che dei fenomeni concordanti valgano come delle leggi – , e nell&#039;altra mano l&#039;esperimento che essa ha escogitato seguendo quei principi: e questo per essere istruita dalla ragione, certo, ma non come uno scolaro che stia a sentire tutto ciò che vuole il maestro, bensì come un giudice che svolga il suo ruolo, costringendo i testimoni a rispondere alle domande che egli pone loro

Kant, Critica della ragion pura, Prefazione [II edizione], p.31, Bompiani&lt;/blockquote&gt;

&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Dimenticavo la tua provocazione finale: Frege-Meinong. A dirti il vero non conosco bene la risposta, non ho mai approfondito le letture su Frege sebbene abbia trovato un &lt;a href=&quot;http://www.springerlink.com/content/rk0478603q476100/&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;libro&lt;/a&gt; veramente fantastico su Frege Russell Wittgenstein e Quine (se vuoi te lo presto). Credo in ogni caso che per fare ontologia (e filosofia in senso generale) ci si debba spogliare dall&#039;allucinazione fregeana per la quale il significare implica in un certo modo il denotare, o meglio affinché sia possibile denotare qualcosa non è necessario che questo qualcosa esista!Prva a chiedere a uno studente di lettere bocciato a un esame se i personaggi danteschi non esistono!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Era questo il passo della Critica che avevo in mente ieri</p>
<blockquote><p style="text-align: justify;">La ragione deve accostarsi alla natura, tenendo in una mano i suoi principi – seguendo i quali soltanto è possibile che dei fenomeni concordanti valgano come delle leggi – , e nell&#8217;altra mano l&#8217;esperimento che essa ha escogitato seguendo quei principi: e questo per essere istruita dalla ragione, certo, ma non come uno scolaro che stia a sentire tutto ciò che vuole il maestro, bensì come un giudice che svolga il suo ruolo, costringendo i testimoni a rispondere alle domande che egli pone loro</p>
<p>Kant, Critica della ragion pura, Prefazione [II edizione], p.31, Bompiani</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Dimenticavo la tua provocazione finale: Frege-Meinong. A dirti il vero non conosco bene la risposta, non ho mai approfondito le letture su Frege sebbene abbia trovato un <a href="http://www.springerlink.com/content/rk0478603q476100/" rel="nofollow">libro</a> veramente fantastico su Frege Russell Wittgenstein e Quine (se vuoi te lo presto). Credo in ogni caso che per fare ontologia (e filosofia in senso generale) ci si debba spogliare dall&#8217;allucinazione fregeana per la quale il significare implica in un certo modo il denotare, o meglio affinché sia possibile denotare qualcosa non è necessario che questo qualcosa esista!Prva a chiedere a uno studente di lettere bocciato a un esame se i personaggi danteschi non esistono!</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Emilio</title>
		<link>http://www.filosoficamente.org/2010/01/la-strategia-ontologica-di-quine/comment-page-1/#comment-106</link>
		<dc:creator>Emilio</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 19:08:15 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.filosoficamente.org/?p=364#comment-106</guid>
		<description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;E&#039; probabile che in alcuni passaggi mi sia espresso male, o comunque mi sia dimenticato di mettere qualcosa meglio in evidenza. Fondamentalmente credo che la posizione filosofica qui oggetto di discussione sia una sorta di realismo kantiano (anche se parlare di Kant non è facile!): nessuno mette in discussione che esista una priorità delle cose sul soggetto, ma chiaramente non può essere trascurato il ruolo del soggetto stesso (attenzione: si è ben lontani dall&#039;idealismo moderno!). Meinong stesso sostiene che affinché esista l&#039;oggetto non deve necessariamente porsi il soggetto.
Le cose esistono in una certa maniera, ma il soggetto - conoscendole - è come se le modificasse, conferisse loro qualcosa di cui gli oggetti sono in sé privi. I nostri filtri sono biologici, oltre che culturali e sociali, qualcosa forse che la filosofia contemporanea dimentica (a volte) di sottolineare (solo la filosofia della mente per certi versi ne tiene a mente). Quindi una teoria della conoscenza non può prescindere dal conferire uno status particolare al soggetto che si approccia al mondo: esiste un&#039;alternativa? Non si tratta di fare una teoria che conferisca un ruolo preminente al soggetto o all&#039;oggetto, piuttosto, credo, capire quanto entrambi i poli si &quot;modifichino&quot; reciprocamente: il soggetto per l&#039;oggetto e l&#039;oggetto per il soggetto. E&#039; possibile porre una qualsiasi questione&lt;em&gt; a priori&lt;/em&gt;?
Per quanto riguarda l&#039;ontologia di Quine: non si tratta di un criterio per scegliere - effettivamente - un&#039;ontologia, ma solo per &quot;vedere meglio&quot; l&#039;impegno ontologico di una teoria. Io non parlerei di truismo, di scienza che si autodefinisce, o meglio, per certi versi non vedo come possa essere altrimenti: facciamo domande alla natura e la natura risponde solo &lt;em&gt;a quelle&lt;/em&gt; domande. Vedi i tanti casi di serendipità!
Mi piacerebbe trovare la possibilità di un&#039;ontologia (di uno schema del mondo) che prescinda da un contesto di sfondo (cioè che non si autodefinisca), ma non so quanto effettivamente sia possibile.
Allora l&#039;ontologia è per certi versi tautologica?Io credo piuttosto che serva a organizzare meglio (a conoscere meglio) determinati domini della realtà, a manipolare l&#039;informazione, gestire il web, creare software ...Ma non bisognerebbe dimenticare che ogni sguardo sulle cose è sempre uno sguardo che preventivamente decide cosa guardare: la natura non insegna a un ignorante, per certi versi!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">E&#8217; probabile che in alcuni passaggi mi sia espresso male, o comunque mi sia dimenticato di mettere qualcosa meglio in evidenza. Fondamentalmente credo che la posizione filosofica qui oggetto di discussione sia una sorta di realismo kantiano (anche se parlare di Kant non è facile!): nessuno mette in discussione che esista una priorità delle cose sul soggetto, ma chiaramente non può essere trascurato il ruolo del soggetto stesso (attenzione: si è ben lontani dall&#8217;idealismo moderno!). Meinong stesso sostiene che affinché esista l&#8217;oggetto non deve necessariamente porsi il soggetto.<br />
Le cose esistono in una certa maniera, ma il soggetto &#8211; conoscendole &#8211; è come se le modificasse, conferisse loro qualcosa di cui gli oggetti sono in sé privi. I nostri filtri sono biologici, oltre che culturali e sociali, qualcosa forse che la filosofia contemporanea dimentica (a volte) di sottolineare (solo la filosofia della mente per certi versi ne tiene a mente). Quindi una teoria della conoscenza non può prescindere dal conferire uno status particolare al soggetto che si approccia al mondo: esiste un&#8217;alternativa? Non si tratta di fare una teoria che conferisca un ruolo preminente al soggetto o all&#8217;oggetto, piuttosto, credo, capire quanto entrambi i poli si &#8220;modifichino&#8221; reciprocamente: il soggetto per l&#8217;oggetto e l&#8217;oggetto per il soggetto. E&#8217; possibile porre una qualsiasi questione<em> a priori</em>?<br />
Per quanto riguarda l&#8217;ontologia di Quine: non si tratta di un criterio per scegliere &#8211; effettivamente &#8211; un&#8217;ontologia, ma solo per &#8220;vedere meglio&#8221; l&#8217;impegno ontologico di una teoria. Io non parlerei di truismo, di scienza che si autodefinisce, o meglio, per certi versi non vedo come possa essere altrimenti: facciamo domande alla natura e la natura risponde solo <em>a quelle</em> domande. Vedi i tanti casi di serendipità!<br />
Mi piacerebbe trovare la possibilità di un&#8217;ontologia (di uno schema del mondo) che prescinda da un contesto di sfondo (cioè che non si autodefinisca), ma non so quanto effettivamente sia possibile.<br />
Allora l&#8217;ontologia è per certi versi tautologica?Io credo piuttosto che serva a organizzare meglio (a conoscere meglio) determinati domini della realtà, a manipolare l&#8217;informazione, gestire il web, creare software &#8230;Ma non bisognerebbe dimenticare che ogni sguardo sulle cose è sempre uno sguardo che preventivamente decide cosa guardare: la natura non insegna a un ignorante, per certi versi!</p>
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