Prigionieri del mondo – Il problema dell’individuo

di Emilio M. Sanfilippo

II

 Per il reverendo principio metafisico di Leibniz, se due oggetti sono lo stesso oggetto, allora godono esattamente delle stesse proprietà (indiscernibilità degli identici) e se due oggetti hanno le stesse identiche proprietà, allora sono lo stesso oggetto (identità degli indiscernibili). In tal senso gli oggetti possibili non attuali sono pesanti da digerire: se un individuo gode di determinate proprietà in un mondo w, allora affinché sia lo stesso individuo in un altro mondo w‘, deve godere delle stesse identiche proprietà. Si consideri l’individuo Salvatore Pappalardo in w come uno studente di filosofia, mentre in w’ come un chitarrista jazz. Si tratta dello stesso o di diversi individui? Secondo il principio leibniziano, se due oggetti sono lo stesso oggetto, allora condividono le stesse identiche proprietà.

I filosofi, che siano metafisici, logici, o entrambi ha poca importanza, non vogliono rinunciare a tale principio di identità. David Lewis, per esempio, ha proposto l’idea che ogni individuo esista solo ed esclusivamente in un mondo e la relazione tra oggetti in diversi mondi sia solo una relazione di stretta somiglianza. Gli individui sono world-bounded (“legati al proprio mondo” potrebbe dirsi) e le loro relazioni sono counterpart relation: Salvatore Pappalardo è Salvatore Pappalardo nel mondo attuale w, dove gode di determinate caratteristiche, tra cui per esempio quella di essere uno studente di filosofia; Salvatore in w’ è un individuo che gli assomiglia più di ogni altra cosa in quel mondo, ma che in ogni caso non è identico al Salvatore in w. Naturalmente l’idea della somiglianza è non poco problematica, ma Lewis la fa valere in termini di proprietà necessarie ed essenziali. In tal senso, un individuo gode di proprietà necessarie se e solo se tutti i suoi “counterparts” godono di quelle proprietà in tutti i mondi possibili, mentre gode di proprietà essenziali se né l’oggetto né i suoi “counterpart” potrebbero esistere senza il possesso di tali proprietà. Secondo Lewis i mondi possibili non attuali sono delle realtà concrete al nostro pari, mondi popolati da individui in carne ed ossa, ognuno dei quali svolge la propria vita a dispetto dei paradossi logici. La citazione seguente mostra come la comunità filosofica abbia reagito a tale posizione metafisica:

[…] philosophers have tendded to respond with delighted horror and loud forebodings of incoherence. Not even Meinong dared to suggested that nonactual individuals exists in just the same way as you and I do, or that somewhere out in logical space there are flesh-and-blood counterparts of me who are leading admirable lives of their own, sharing all of my virtues and none of my faults. In short, Lewis’s view seems just crazy1.

A detta del filosofo americano Saul Kripke, Lewis ha preso troppo seriamente la metafora dei mondi possibili e per questo motivo l’identità tra individui diventa tanto problematica. Kripke, da parte sua, rifiuta l’idea di Lewis attraverso la necessaria identità degli individui: se Salvatore Pappalardo è identico a se stesso, allora lo è necessariamente in tutti i mondi possibili. Se Espero e Fosforo denotano in w lo stesso corpo celeste, Venere, allora denotano lo stesso corpo celeste in tutti i mondi possibili: l’identità è necessaria e in tal senso i nomi propri sono designatori rigidi2. Poniamo il caso che così non fosse: nel mondo attuale a=a e a=b, ma non è necessario che a sia uguale a b, allora non è necessario che a=a , ossia a non è necessariamente identica a se stessa. E questo è un problema.

Willard Van Orman Quine ha da parte sua sempre privilegiato strategie occamiste, cercando di radere il rasabile e desertificare la giungla dell’esistenza possibile. Non solo, infatti, Quine è sempre stato scettico sulle potenzialità della logica modale, ma ha anche sostenuto che la modalità de re debba essere totalmente eliminata. Si consideri il seguente esempio:

  1. Il numero dei pianeti del nostro sistema solare è 9

  2. 9 è necessariamente maggiore di 7

  3. Il numero dei pianeti del nostro sistema solare è necessariamente maggiore di 7

Naturalmente, è un fatto contingente al nostro sistema solare e al modo in cui si è sviluppato che il numero dei suoi pianeti sia 9. Non è necessario che le cose si siano svolte in un modo piuttosto che in un altro e la il principio di sostitutività dei nomi coreferenziali negli enunciati modali non funziona più. In generale, Quine chiama “referential transparency” la caratteristica dei linguaggi di essere conformi al principio di sostitutività: se a e b denotano la stessa cosa, ossia si riferiscono allo stesso oggetto, allora dire che a è F o dire che b è F è la stessa cosa. I linguaggi che perdono tale proprietà sono “referentially opaque”. Si ricordi, poi, il celebre “no entity without identity” di Quine: i possibili non attuali sembrano tutt’altro che ben determinati. Quante fidanzate ha avuto Federico Sciacca nel mondo possibile w’? Il mondo in cui Federico ha un fratello gemello e il mondo in cui Federico ha avuto tre fidanzate in un mese, è lo stesso mondo?

Se proprio non si vuole rinunciare alla modalità, Quine suggerisce di far funzionare gli operatori modali come semplici operatori proposizionali e in tal modo eliminare completamente la quantificazione su individui (de re). In tal senso, un enunciato del tipo:

1) È necessario che il mio tavolo sia di legno,

viene reso come

1′) “Il mio tavolo è di legno” è necessariamente vero.

Tramite l’uso delle virgolette viene esplicitata l’applicazione del predicato alla proposizione e in tal modo non avrebbe senso considerare una quantificazione su oggetti. Asserendo (1′) ciò che consideriamo non è il tavolo fatto di legno e in tal modo non avrebbe senso una quantificazione su oggetti, giacché attraverso l’uso delle virgolette menzioniamo la parola3.

Altra celebre strategia è quella di Hilary Putnam. Nel famoso esperimento mentale della terra gemella, Putnam definisce l’identità di un oggetto attraverso la sua composizione chimico-materiale: se due oggetti hanno le stesse identiche caratteristiche, ma hanno diversa composizione chimica, allora quegli oggetti non sono lo stesso oggetto. Anche per Putnam la designazione è rigida ed è fatta dipendere dall’appartenenza dell’oggetto ad un determinato tipo naturale. Secondo Graeme Forbes, però, Putnam ha frainteso la modalità, nel senso che il suo è un esempio nella dinamica del mondo attuale e non tra mondi possibili: Putnam suppone la “scoperta di un mondo” in cui l’acqua abbia una diversa composizione chimica e per tal ragione sostiene la differenza tra i due oggetti. Per Forbes la chimica degli elementi è una di quelle strutture del mondo attuale e, per definizione, il possibile è altro rispetto l’attuale: com’è possibile, allora, che l’acqua in w e w’ abbiano la stessa composizione, dato che sono in due universi logici diversi? La questione è sulla liceità dell’applicazione di criteri di rigidità tra individui sulla scelta dell’appartenenza ad un tipo materiale nella semantica dei mondi possibili.

Volendo tirare le somme di questo discorso, il problema principale relativo all’identità degli individui tra mondi sembra essere quello di legare l’identità degli individui alle loro proprietà che, cambiando tra mondi, alterano l’identità degli individui stessi. Se, infatti, l’identità di Federico Sciacca è definita in termini di alcune proprietà, allora non è possibile che egli mantenga la sua identità al cambiamento di tali proprietà (cfr. l’identità secondo Leibniz). Nella metafisica classica, una soluzione alternativa è vincolare l’identità alla “sostanza”, cioè a qualcosa che “tiene insieme” le proprietà dell’individuo e al tempo stesso non altera la propria identità al cambiamento delle proprietà. Si tratta del classico rapporto tra sostanza e attributi: gli attributi si esemplificano nella sostanza, che definisce l’identità dell’individuo stesso. Se, infatti, l’identità di Federico è definita in termini di sostanza come “qualcosa che sta sotto le proprietà”, allora lui avrebbe la libertà tra mondi di esemplificare proprietà diverse e in ogni caso essere sempre lo stesso individuo. Non che il sostanzialismo sia senza problemi; prima di tutto: in che termini deve essere pensata la sostanza? E soprattutto, dove si nasconde? Si consideri che se si volesse definire l’identità degli individui in termini di sostanza, si è costretti a distinguere tra diverse sostanze individuali, giacché chiaramente la sostanza che definisce Federico non può essere uguale a quella che definisce Salvatore. In questo modo, allora, anche la sostanza dovrebbe avere una sua “struttura interna”, ossia essere dotata di un’ulteriore sostanza, o di ulteriori attributi che distinguano la sostanza-Federico dalla sostanza-Salvatore. E in tal modo si rischia un infinito rimando alla sostanza della sostanza, alla sostanza della sostanza della sostanza e così via.

Vale la pensa ricordare come per Kripke il problema dell’identità degli individui tra mondi possibili sia solo un abbaglio epistemologico, ossia una errata comprensione della metafisica dei mondi possibili. Secondo Identity and Necessity, infatti, i mondi possibili (meglio parlare di “situazioni controfattuali” per Kripke) non sono di quelle cose alle quali questioni epistemologiche possono essere applicate. David Lewis ha preso troppo seriamente la metafora dei mondi possibili e solo per questo motivo è precipitato nell’abisso dell’identità degli individui in essi. Secondo Kripke, infatti, i mondi possibili sono solo strumenti attraverso i quali è possibile studiare meglio gli enunciati modali e i nomi propri sono designatori rigidi: Salvatore e Federico – ossia gli individui che sono stati considerati in questo articolo – non rischiano crisi d’identità, giacché non ci sono cose come mondi possibili non attuali e la loro identità è preservata dal nome stesso.

Per quanto mi riguarda, però, il problema sta proprio qui: i nomi non descrivono nulla, dato che indicano solo il loro referente. Ciò significa che il nome “Salvatore Pappalardo” indica quella persona, ma non dice nulla su di essa, giacché non la descrive. Allo stesso modo, il termine “bicchiere” si riferisce ad un determinato oggetto ma non dice nulla sul suo significato, “sul cosa significa essere un bicchiere”. In tal senso, il significato è la descrizione del termine, il suo contenuto. Negare questa tesi significherebbe affermare che ogni termine (o nome) sia già una descrizione, ossia che io possa sapere chi sia Uma Thurman al solo udire il suo nome, prima ancora di avere una descrizione della bella attrice. Se questo punto di vista non è sbagliato, allora, la strategia di Kripke ci suggerisce di cambiare rotta – non ci sono interrogativi epistemologici nella metafisica modale – ma non ci dice nulla sull’identità degli individui, giacché “Uma Thurman” (il nome) non dice ancora nulla su chi essa sia. Del resto non credo che l’obiettivo di Identity and Necessity sia stato quello di determinare criteri d’individuazione.

Abbiamo cominciato questa discussione cercando di individuare dei criteri d’identità per gli individui tra mondi possibili, ma a quanto pare siamo arrivati a un problema più ampio, relativo all’identità dell’individuo in quanto tale, nell’universo attuale prima ancora che in quello modale. È possibile, infatti, definire le caratteristiche generali di ciò che è, fare cioè una sorta di catalogo del mondo, ma includere in tale catalogo l’individuo sembra un’altra questione. Ad esempio, se volessimo dire che ci sono uomini e volessimo definire la loro identità in termini di proprietà, potremmo fare ricorso sia a strumenti ontologici che biologici. In tal senso, il genere Homo (H) appartiene alla classe dei Mammiferi (M) e al regno degli Animali (A). Se H è un M, tutte le istanze x di H sono istanze di M, ossia le proprietà di x sono definite nei termini di M. Dato che la relazione di inclusionead una classe è una relazione transitiva, se H è un M e M è un A, allora H è un A, ossia ogni istanza x di H è un A. Anche in tal senso, però, siamo riusciti a definire l’individuo nei termini della sua appartenenza ad una certa classe, ma non abbiamo detto nulla sull’individuo: se Emilio è membro di H, allora le sue caratteristiche sono definite nei termini di H, M e A. Ma com’è possibile definire Emilio così da distinguerlo da qualsiasi altro individuo nella sua stessa classe?

Bibliografia

  1. Bricker Philip, Concrete Possible World pp.111-134 in Contemporary Debates in Metaphysics, edited by Sider T., Hawthorne J., Zimmermann D., Blackwell Publishing 2007

  2. Forbes Graeme, The Metaphysics of Modality, Clarendon Press, Oxford 1985

  3. Hughes G.E., Cresswell M.J., A New Introduction to Modal Logic, Routledge, 2008

  4. Kripke Saul, Identity and Necessity, pp.218-247, in Metaphysics. Contemporary Readings, edited by Loux Michael J., Routledge 2008

  5. Lewis David, On the Plurality of Possible World, Blackwell Publishing 2001

  6. Putnam Hilary, A problem about Reference, pp.586-613, in Loux M.J. [2008]

  7. Sider Theodore, Logic for Philosophy, Oxford University Press 2010

  8. Tooley Michael, in Necessity and Possibility. The Metaphysics of Modality, edited by M. Tooley, Routledge 1999

    ———————————————

1Tooley M., p.16 in [8], corsivo mio.

2«If a=b, then necessarily a=b. And so, we could venture this conclusion: that whenever “a” and “b” are proper names, if a is b, that it is necessarily that a is b. Identity statements between proper names have to be necessary if they are going to be true at all», Kripke p.222 in [4]

3Cfr. Forbes per una dettagliata analisi della posizione di Quine sulla logica modale

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