di Irene Di Nora
Il pianerottolo che sta sotto casa, si sa, è fonte di avvincenti discussioni inconsistenti. Ma quando il pianerottolo in questione è il tuo, tutto si fa decisamente più interessante. Così ti accade di trovarli tutti lì i condomini che tanto si odiano – perché non si può amare il vicino, il vicino è un fastidio in quanto pone limiti al tuo beato estendere te stesso come ti pare – e di farti travolgere nelle loro animate diatribe. Che siano di valore o meno, questo è tutto da definire.
C’è un’animata querelle fra Vattimo e Ferraris che ha riscaldato i toni estivi e che sembra destinata a tormentare gli appassionati delle soap intellettuali ancora per molto tempo. Gli ingredienti ci son tutti: epistemologia, ontologia, morale, e, dulcis in fundo, politica, nelle sua duplice accezione di attualità e teoria.
Uno di quelli che si oppongono a questo delirio di massa che imperversa come peste travalicando i confini nazionali, è Mauro Barberis, che lo tratta più o meno alla stessa stregua di come tratterebbe l’attuale tormentone estivo “a far l’amore comincia tu”. Ma qui, di hippy che voglion incominciare “a far l’amore” non se ne vede neppure l’ombra: la filosofia è un gioco duro.
Ma cerchiamo di risalirne alle cause.
Nel 2009 esce un libro di Gianni Vattimo che, fedele a se stesso, pur non avendogli mai dato il benvenuto, congeda definitivamente la verità.
Secondo il filosofo la verità, come rispecchiamento oggettivo del dato stabile, è semplicemente inesistente nelle scienze che si muovono entro le vie del pensiero, pur rimanendo comunque valida per quelle scienze che hanno bisogno di uno stabile paradigma funzionale al loro progredire.
Roberta De Monticelli, nella sua ultima opera2 si domanda allora a quale strana entità appartenga l’enunciato di Vattimo. Se infatti dobbiamo dire addio alla verità cos’è quest’affermazione? un gioco? Un passatempo? O pretende d’essere una proposizione vera?
Vattimo, dalle pagine dell’almanacco filosofico 5/2011 di MicroMega, chiarisce che in alcuni casi ha senso parlare di verità, ma questo accade solo quando siamo coscienti che questa verità è solo una convenzione non indipendente dai paradigmi che utilizziamo, che a loro volta altro non sono che convenzioni: «Ci troviamo sempre già immersi in giochi linguistici dati […] e non c’è un metalinguaggio che ci permetta di elevarci al di sopra di tutti i linguaggi». Insomma, seguendo la teoria del torinese diamo un addio alla verità mentre diamo il benvenuto alle “verità” (o meglio, alle convenzioni) perché « “P” è vero se, e solo se, P» ma noi non sappiamo che Piove, sappiamo solo che ci bagniamo, applichiamo alla “P” criteri di verificazione o falsificazione sui quali non possiamo decidere in senso assoluto.
Va da sé che le implicazioni di queste affermazioni figlie del postmoderno sono innumerevoli dal punto di vista della filosofia politica. Mentre De Monticelli, in barba alle divisioni, inserisce il sentire come parte integrante del razionale, Vattimo arriva ad affermare che anche i diritti fondamentali dell’essere umano sono solo un prodotto storico, dando così il via a quella terribile paura di Maurizio Ferraris che si domanda cosa faremmo se nelle aule dei tribunali l’affermazione “la legge è uguale per tutti” fosse sostituita alla massima Nietzschiana «non esistono fatti ma solo interpretazioni».
Secondo Ferraris, Vattimo confonde l’ontologia con l’epistemologia: quello che c’è non dipende dagli schemi concettuali, quello che sappiamo, invece, sì.
Il punto fondamentale, per Ferraris, è che l’oggettività è la tutela del debole contro il forte, è l’agnello che, nella favola di Esopo, si difende dal lupo il quale, infischiandosene di essa, se lo sbrana lo stesso. Come dar torto a Ferraris? Non è forse Vattimo continuamente impegnato nella tutela dei diritti dei più deboli? Egli par profondamente scisso fra le vie filosofiche spietate verso cui vanno i suoi pensieri, e il suo sentire. Quando gli viene posto il problema delle minoranze, infatti, dice che il proletariato non ha ragione, ma «io gliela do perché in fin dei conti guadagno tanto quanto loro». Aggiunge poi che si può aderire a qualcosa ciecamente o criticamente, insinuando con ovvia evidenza che lui ha aderito e aderisce a quel che fa in maniera critica, cioè consapevole della non-verità delle ragioni del proletariato. È il delirio.
C’è un elemento, nella declinazione etica del discorso di Vattimo, che non dovremmo trascurare e che rimane sempre presente, ed è quello del sentire.
Non dovremmo, forse, ammettere allora che quel sentire che De Monticelli riporta tanto all’attenzione del dibattito filosofico, una qualche funzione nelle nostre scelte quotidiane la opera? E quale e quanta dignità filosofica c’è in questo? Quanto senso comune? E come comportarsi davanti al problema di chi non sente come gli altri credono che dovrebbe? Si può pretendere un’universalità del sentire tanto quanto si cerca di pretendere un’universalità – bisogna valutare, poi, con che risultati – di ciò che segue il razionale?
E’ interessante notare come nella diatriba quasi tutti gli intellettuali accanto ai grandi problemi filosofici hanno posto il problema dell’attualità politica cercando di trovare un punto d’unione fra i due aspetti. Anche il postmoderno di Vattimo è ben lungi dall’essere nichilista ma rischia di prostituire le teorie a ciò che semplicemente avverte come giusto o sbagliato. Insomma, più che un problema sul realismo o sulla decostruzione del reale, credo che, ad oggi, ci si dovrebbe domandare che funzione abbia nel processo filosofico il nostro sentire e come si possa rifondare un’etica che di certo non può più prescindere dagli studi delle neuroscienze cognitive.
La questione sull’addio alla verità infuoca e infuocherà ancora le pagine di Repubblica con Ferraris che promette di fondare il “new realism” a Bonn la primavera prossima con Searle, Boghossian ed Eco. Le premesse, possiamo evincere dalle pagine dei giornali, ci sono tutte: rinascita del realismo, affermazione del soggetto forte, il recupero del “Sapere aude”.
«L’ umanità deve salvarsi, e certo mai e poi mai potrà farlo un Dio. Occorrono il sapere, la verità e la realtà», afferma Ferraris nel pubblico lancio delle sue intenzioni. Ma non ci troviamo, forse, davanti ad un Ferraris che già pone gli scopi ad inizio di sua teoresi che non può, così, dirsi libera?
Vedremo cosa ci riserva l’internazionalizzazione di un dibattito tutto interno a casa nostra che viene già tacciato di inconsistenza da Franca D’Agostini la quale accusa una scarsa chiarezza dei contendenti domandandosi su cosa poggi il terreno del loro discutere: «Vattimo non nega che esista una qualche banale realtà su cui a volte diciamo cose banalmente vere, ed è ovvio che Ferraris non nega che quel che si spaccia per realtà, specie nelle materie più controverse, è spesso il frutto di ricostruzioni e semicostruzioni opportunamente (e ingannevolmente) orientate, per cui il nominalmente vero è formidabile menzogna. Ma allora qual è il problema?»Il problema è quello di sempre, è l’esistenza o meno di quella Verità fondante che non è opinione, inganno, ma che è certezza, che tanto ci attrae perché, che si possa cognitivamente esperire o meno, il solo fatto che esista rappresenta una via verso la quale dirigersi.
1http://books.google.com/books?id=XvgV2r1gVksC&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false
2http://books.google.it/books?id=J5QYTwEACAAJ&dq=la+questione+morale+de+monticelli&hl=it&ei=bghdTrHHA_Tb4QTsv7AK&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=1&ved=0CDAQ6AEwAA

Una confusione a cui spesso si va incontro col parlare di verità concerne la sua identificazione con la certezza. Anche le considerazioni di Irene di Nora sembrano non esserne immuni. Scelgo di commentare questo punto senza pretendere di appiattire ad esso l’intero post, i cui contenuti sono più ampi e meriterebbero ulteriori commenti. Dal mio punto vista, la verità è una proprietà delle proposizioni vere e una proposizione è vera indipendentemente dalle nostre condizioni epistemiche. Per fare qualche esempio, la proposizione che la terra gira attorno al sole sarebbe vera anche se noi non ne fossimo certi. Insomma, la verità è indipendente dalla certezza, nel senso che esistono anche proposizioni vere e dubbie. Ma è anche la certezza indipendente dalla verità? Cioè: esistono proposizioni certe false? Secondo me sì, ma non dubito che su questo ci manifesteranno opinioni discordanti. Per concludere, se esistono proposizioni dubbie vere e/o proposizioni certe false, allora l’identificazione di verità e certezza appare decisamente falsa.
Dal punto di vista di Luigi, allora, la verità dovrebbe essere considerata come una connessione logica tra il linguaggio e la realtà. Infatti, un’enunciato P di L si dice vero sse c’è uno stato di cose che rende vero/falso P.
La certezza, invece, sarebbe una categoria prettamente epistemica, relativa ossia al modo in cui i soggetti umani conoscono la realtà. Allora a me sembra plausibile che la certezza sia indipendente dalla verità, dato che posso essere certo che la terra sia al centro dell’universo, sebbene lo stato di cose (=realtà) sia tutto il contrario. In tal senso, la certezza è equivalente alla giustificazione? Mi spiego: se un enunciato P è certo per S, allora S ha delle ragioni a favore di P.
Eppure, se il mio modo di vedere il punto di vista di Luigi è giusto, rimane aperta la questione su cosa garantisca tale corrispondenza logica tra il linguaggio e la realtà.
Dal mio punto di vista, la verità è una caratteristica degli enunciati, nel senso che solo gli enunciati possono essere veri o falsi, mentre gli oggetti rimangono fuori da tali considerazioni. In tal senso, la verità come categoria extra-linguistica è un puro non senso e la filosofia può venire intesa come “scienza della verità”, come quella scienza che tenta di stabilire un accordo tra il soggetto conoscitivo e l’oggetto. Se non sto prendendo un abbaglio, allora, anche la verità è una nozione epistemologica, dato che è lo strumento primo perché possa darsi conoscenza, ossia è la capacità umana di relazionarsi ad una realtà. Ancora una volta, però, non c’è forse nulla a garantire tale connessione.
“La terra gira attorno al sole” è un enunciato linguistico vero. Ma se non ci fosse il linguaggio, non sarebbe né vero né falso. Rimarrebbe solo la terra a girare attorno al sole.
Nei linguaggi formali della logica ad ogni enunciato corrisponde una proposizione, nel senso che non si dà mai il caso che enunciati diversi esprimano la stessa proposizione o che uno stesso enunciato esprima proposizioni diverse. Ma è questa una situazione artificiale, o se vogliamo ideale, in virtù della quale parlare di verità delle proposizioni è grosso modo equivalente a parlare di verità
degli enunciati. Nel linguaggio reale le cose sono diverse: qui sembrano darsi entrambi quei casi. Se io dico “Io sono un filosofo” esprimo una proposizione diversa da quella che sarebbe espressa se lo stesso enunciato fosse scritto o proferito da Spinoza, tant’è vero che nel primo caso l’enunciato è falso, nel secondo vero. Dunque, “Io sono un filosofo” è un enunciato vero o falso? Si dovrà dire: dipende! Ma dipende da cosa? Beh, dipende dalla proposizione che esso esprime: se esprime la proposizione che Luigi Pavone è un filosofo, allora è falso; mentre se esprime la proposizione che B. Spinoza è un filosofo, allora è vero. Sembrerebbe dunque che gli enunciati splendano di verità riflessa, e cioè che le entità primariamente vere o false siano le proposizioni. Sono d’accordo con Emilio quando dice che la certezza è una categoria epistemologica: sono certo che p significa che ho delle giustificazioni per p. Ma è anche una categoria psicologica: molte persone sembrano sinceramente certe di cose per le quali sono incapaci di fornire giustificazioni, come altre manifestano incertezze per cose giustificate. La certezza, dunque, è anche un atteggiamento psicologico. Tiro in ballo la certezza psicologica perché credo che essa non sia irrelata con la prima. Sono anche molto d’accordo che la verità è una condizione imprescindibile per la conoscenza: non c’è conoscenza se non del vero; non si dà mai conoscenza del falso, nel senso che se da un lato il falso può essere oggetto di certezza, dall’altro non è mai oggetto di conoscenza.
Io credo che troppe volte, quando si affronta questo genere di argomenti, si dimentica la natura convenzionale del linguaggio. Sembrerà pure una banalità, ma non lo è. O meglio, è una banalità che tendiamo a sottovalutare. Qualunque cosa possiamo esprimere con il linguaggio non è né vera né falsa, è convenzionalmente ritenuta vera o falsa. Se c’è una cosa che ho condiviso appieno di tutta la contrapposizione fra Ferraris e Vattimo è stato quando il primo ha fatto una lucida distinzione fra piano epistemologico e ontologico, e a mio modestissimo parere poteva pure arrestarsi lì chè poi ha fatto un gran pasticcio.
Quando emilio scrive:
“La terra gira attorno al sole” è un enunciato linguistico vero. Ma se non ci fosse il linguaggio, non sarebbe né vero né falso. Rimarrebbe solo la terra a girare attorno al sole.
A mio parere dimentica che il fatto che la terra giri attorno al sole nel paradigma che sta utilizzando. Non sono brava nel genere di cose che appartengono alla scienza, e correggetemi se sbaglio, ma se oggi continuiamo ad utilizzare la meccanica classica nonostante le rivoluzioni della relatività ristretta è perché nonostante sia per certi versi “virgolettatamente” “sbagliata”, la meccanica classica funziona, o meglio, ci è funzionale.
Quel che tento di dire è che la terra non gira intorno al sole, e il suo ipotetico “girare” non ha nulla a che vedere col nostro linguaggio. Io ritengo che esistano una serie di, se vogliamo chiamarle così, Verità, che sono del tutto indipendenti sia dalla nostra capacità di esperirle, sia dalla nostra modalità di farlo. “io sono un filosofo”, “la terra gira attorno al sole” etc, non sono enunciati né veri né falsi, sono convenzioni. Convenzionalmente decidiamo, dop’aver passato a rassegna il suo curriculum, che Spinoza è un filosofo, convenzionalmente decidiamo, dop’aver passato a rassegna il suo commento, che Irene non lo è affatto, e convenzionalmente decidiamo, dop’aver passato in rassegna un paradigma scientifico, che tutto sommato funziona e ci è funzionale, che la terra gira attorno al sole. Ma se la terra effettivamente gira attorno al sole è una cosa che noi non sapremo mai non perché non vi sia una risposta, ma perché le nostre stesse capacità di porci la questione, e porla in questi termini, non ci permettono di saperlo. Per questo, per rispondere a Luigi, non può che essere oggetto di conoscenza nulla di diverso dal “falso”.
“Qualunque cosa possiamo esprimere con il linguaggio non è né vera né falsa, è convenzionalmente ritenuta vera o falsa”, questo enunciato – chiamiamolo per brevità p – è vero? Se si risponde che p è vero, allora è inconsistente dal momento che nega ciò che afferma (o afferma ciò che nega). Se si risponde che anche p è convenzionalmente ritenuto vero, allora non solo lo si colloca sullo stesso piano e con lo stesso valore di ogni altra convenzione possibile (inclusa la sua stessa negazione, non-p), ma relativamente all’enunciato più ampio, “p è convenzionalmente ritenuto vero”, si pone la medesima domanda se esso a sua volta sia vero o soltanto convenzionalmente ritenuto vero, e così via all’infinito.
Quanto all’affermazione che non può che essere oggetto di conoscenza nulla di diverso dal falso, la quale dovrebbe significare – se interpreto bene — che l’unico oggetto di conoscenza è il falso, immaginiamo che ieri non sia piovuto e che Alessandro abbia pensato che sarebbe piovuto. Come diremmo? Potremmo dire in tanti modi, per esempio che Alessandro pensava che sarebbe piovuto, o che Alessandro credeva che sarebbe piovuto, ma non potremmo mai dire che Alessandro sapeva che sarebbe piovuto, quest’ultima affermazione non può non suonare contraddittoria una volta che sappiamo (per ipotesi) che ieri non è piovuto. Dunque Alessandro non poteva sapere che sarebbe piovuto, al massimo poteva essere certo che sarebbe piovuto. Allora io direi piuttosto, parafrasandoti, che non può che essere oggetto di conoscenza nulla di diverso dal vero, perché l’alternativa innanzitutto suona male
non ho nessun problema sull’affermare che si vada “all’infinito”. Mi par che sia perfettamente coerente con la mia idea di incapacità propriamente umana di arrivare ad una conoscenza definitiva e certa.
Sul fatto del falso forse – anzi, sicuramente – mi son fatta prendere dall’entusiasmo dello scrivere e credevo che quel virgolettato fosse sufficiente per far capire che non intendevo parlare del falso. Quel che penso, invece, è perfettamente racchiuso quando scrivo:
(e, rileggendola, aggiungerei “questi o altri termini”)
Il regresso all’infinito non è necessariamente negativo. Lo diventa però se in esso ci si imbatte nel tentativo di risolvere qualche problema. Infatti, se vogliamo risolvere qualche pasticcio (p. es. una contraddizione) e in tale tentativo ci troviamo nel mezzo di un regresso all’infinito, allora quel pasticcio viene spostato all’infinito – resta cioè irrisolto all’infinito. Nel nostro caso il pasticcio è che l’enunciato che abbiamo chiamato p non ha gambe, collocandosi sullo stesso piano (il piano delle convenzioni) in cui si trovano infiniti altri enunciati e perfino la sua negazione. Quali diritti filosofici può accampare p rispetto a non-p? Non ha forse non-p gli stessi diritti filosofici di p?
Dal discorso dell’ articolo che in parte non conoscevo (avendo letto il libro della De Monticelli infatti non capivo a pieno a cosa si riferisse) e dai vostri commenti, a mio avviso emerge preponderante una problematica su tutte, che è anche quella individuata da Franca D’Agostini la quale si chiede su cosa poggi il terreno del loro discutere.
Io la stessa domanda la rivolgerei anche a voi. Non ho grande dimestichezza con tutte le nozioni tecniche fra cui voi sicuramente navigate meglio di me, forti della vostra esperienza accademica (almeno parlo di Irene che so di certo essersi laureata in filosofia), né posso appellarmi a grandi nomi della filosofia per portar acqua al mio mulino, ma la riflessione e il dibattito filosofico è tra i tanti quello che mi preme di più.
Per tornare al nòcciolo della questione: le vostre riflessioni su quale terreno poggiano ? Entro quali ambiti di presupposti, da voi accettati come inalienabili, valgono i vostri dibattiti ?
La mia può apparire un’ osservazione banale e superflua, ma non credo di sbagliare nell’ individuare nel procedere logico-duale il cardine ultimo di tutte le vostre considerazioni. Ne sono esempio quei “loop infiniti” circa p e non-p a cui sembra tendere tutta la problematica e qualsiasi altro rapporto dialettico rintracciabile nei commenti e nell’ articolo, fra cui su tutti quello di “verità non-verità”.
Saprete meglio di me che tale procedere, quello prettamente logico, ha il suo fondamento nel principio di identità e di non contraddizione. Ed è proprio alla luce di questi due principi che si possono fare determinate considerazioni, fare distinzione tra vero e falso, tra reale e non-reale e tutti le cose che ne derivano.
Ma oltre a porci il problema di assegnare un “mero attributo” circa ciò che prendiamo in considerazione, prima di dire che sia vero o falso, dovremmo forse porci una domanda ben più importante, quando parliamo di “Verità”. Ovvero: a cosa ci riferiamo quando parliamo di Verità ? E soprattutto quanto i presupposti di tale intendimento ci vincoleranno circa tutte le probabili risposte a cui giungeremo ? E ancora, possiamo porre sullo stesso piano una mappa col territorio che pretende di descrivere ?
Se ci poniamo in un’ ottica insiemistica del “Tutto” al quale noi apparteniamo, qualsiasi distinzione, separazione e astrazione, diventano a mio avviso superflue al fine di comprendere quel Tutto da cui prima asportiamo chirurgicamente, attraverso il bisturi della razionalità, porzioni significative per poi pretendere di collocare le stesse in categorie che si vogliono per forza di cose separate dal contesto da cui sono state precedentemente sottratte.
Sembra quasi che la Verità che si ricerca, secondo le prospettive tradizionalmente occidentali di pensiero e di porsi circa la problematica, sia una sorta di chiave di volta, una formula risolutiva finale valida a decodificare qualsiasi circostanza o elemento preso in considerazione, una “certezza definitiva” insomma. E questo secondo quei presupposti che la vogliono tale. In questa ottica certamente la prospettiva di Irene seconda la quale la Verità è inafferrabile è giustificata, in quanto una simile inquadratura preliminare della questione predispone ad una ricerca pesantemente vincolata ai presupposti stessi che vogliono l’ oggetto di ricerca strutturato in una maniera già determinata a priori. Non solo i presupposti di partenza, ma anche i metodi del procedere vincolano fortemente i risultati a cui spesso giungiamo.
In fin dei conti non facciamo altro che prestare fede ai presupposti del nostro operare razionale. Scordandoci che seppur è l’ unico metodo di cui sembriamo disporre, la logica è autoreferenziale.. è la logica stessa che ci dice che la logica è valida..e i presupposti di tale logica non sono suffragati da nulla più che da cieca fede in essa.
Nè emerge da tutto ciò che la Verità prospettata sia irragiungibile proprio in merito ai presupposti che la sottendono e che la considerano tale in partenza…ed è un discorso che potrebbe applicarsi a tutte le sfere dell’ intendere filosofico.
Secondo me la dualità di pensiero e realtà (mappa e territorio) è una condizione per la verità stessa. Dal mio punto di vista non ha molto senso parlare di verità in assenza di uno dei due poli. C’è verità proprio perché la mappa non è il territorio! Per sfiorare appena le questioni di metodo, alla tesi che gli uomini non possono pervenire a verità, perché al massimo disegnano mappe (che però non sono il territorio), si dovrà rispondere non solo che una tale tesi è insostenibile, ma anche che il disegnare mappe non è un ostacolo, ma una condizione per la verità.
Poi sarebbe molto interessante capire quale sia il senso attribuito alla verità da coloro che la scrivono con l’iniziale della parola corrispondente maiuscola e soprattutto se per costoro si dà una qualche distinzione di significato tra “verità” e “Verità”.
No, non do alcun significato altro alla Verità piuttosto che alla verità.. una pura formalità..li per li mi è venuto di scrivere con la maiuscola. Diciamo che per me la si può vedere come un condizionamento dovuto a precedenti abitudini, ora come ora non lo faccio con intento discriminatorio.
Il pensiero duale come condizione indispensabile per parlare della verità. Si hai ragione..effettivamente sia il vero che il falso sono due momenti di uno stesso rapporto dialettico dove l’ uno non potrebbe riconoscersi come tale senza l’ apporto contrario dell’ altro. Delimitandosi a vicenda si identificano. E un rapporto dialettico necessita di una dualità di base, una distinzione.
Mai pensato che fondamentalmente potremmo anche parlare di aria fritta ? Abbiamo preso il dato duale come condizione fondamentale per parlare di verità e non-verità. Ma oltre a limitarci a riconoscere il duale come una costante nel pensiero, che non fa altro che portare ad aporie imbarazzanti ed irrisolvibili, se non a patto di abbandonare il duale, non dovremmo forse porci anche un problema che a mio avviso è significativo, ovvero quello di trovare una validità al duale senza ricorrere al duale ?
No perché pare quasi che una sorta di tacita paura sottenda tutto l’ apparato scheletrico della filosofia che teme di scoprirsi non sufficiente a ciò che sembra tendere.
“siamo come marinai, che devono riparare la propria barca mentre sono in mare; dunque non possono scendere dalla barca e ripararla stando al sicuro sulla terra ferma, con materiali presi da altre parti. Devono ripararla standoci sopra, prendendo materiali che si trovano sulla stessa barca.”
“Mai pensato che fondamentalmente potremmo anche parlare di aria fritta?”
Tre volte al giorno.
Personalmente non posso che essere d’accordo con la D’Agostini; ad essere più preciso mi sembra che, forse sarà l’età, il conflitto tra i due filosofi sia dovuto più ad un’isterica paura dell’assoluto (Vattimo) e dell’incertezza (Ferraris) che non a motivi filosoficamente fondati. Certo, nessuno ha intenzione di negare il mondo la fuori ma, d’altro canto, cosa ne sappiamo noi di questo mondo? Domanda profondamente diversa dal chiedersi ‘cosa possiamo sapere noi di questo mondo’?
Ad ogni modo prima di esporre il mio parere avrei delle obiezioni da fare:
@ Luigi: per quanto condivida la tua precisazione sulla distinzione tra verità e certezza trovo che affermare “la verità è una proprietà delle proposizioni vere”, come scrivi nel primo commento, suoni come una tautologia. Come chiedere la ricetta per un buon caciucco e sentirsi rispondere “per fare un buon caciucco devi fare un caciucco buono” (perdona l’esempio prosaico ma a quest’ora lo trovo divertente, so già che domani me ne pentirò)
@Emilio(e di nuovo @Luigi): entrambi affermate ad un certo punto la necessità di supportare la conoscenza con la verità. Ora, supponiamo che S vada a al cinema convinto di vedere Il sesto senso ma non si accorge che il film in programmazione è invece un altro, Una pura formalità, film tuttavia dal finale molto simile al primo. Dopo qualche giorno S incontra un amico al bar, i due sono amici da tempo e mentre chiacchierano davanti ad un caffè lungo l’amico di S gli chiede: «hai presente come finisce Il sesto senso?» ed S:«certo, il sesto senso finisce con il protagonista che scopre di essere morto». Siamo tutti d’accordo con l’affermare che l’ultima asserzione di S è una proposizione vera, eppure non costituisce un caso di conoscenza. Certo, si potrebbe obiettare che se non sufficiente è quantomeno necessario che “p” sia vera ma sarebbe un risultato piuttosto misero, la conoscenza continuerebbe mostra costantemente il fianco all’accidentalità.
@Irene: Alla fine del post concludi facendo riferimento ad una Verità fondante che sarebbe da seguire ammesso che la si conosca (e che esista). Ora,quello che non capisco è perché andrebbe seguita? perché l’assunto che essa abbia una componente normativo/assiologica debba essere più plausibile rispetto a quello che prevede un haiku che recita “Nel vecchio stagno una rana si tuffa. Rumore d’acqua”( cito da wikipedia). Oppure, perché non un disegno?
L’idea della maiuscola peraltro mi suggerisce un’ipotesi un po’ malvagia, ovvero che il tuo suggerimento non sia che una versione laicizzata del Verbo di cristiana memoria.
Trovo che tutte le obiezioni qui elencate abbiano un comune denominatore, una concezione “platonica” della conoscenza che risolve il rapporto verità/linguaggio nell’adaequatio. Con esiti disastrosi.
In primo luogo richiede una razionalità di tipo “olimpico”. Se infatti conoscere il significato di una proposizione significa conoscere a quali condizioni essa è vera, allora è necessario conoscere tutte le inferenze precedenti che, a mo’ di premesse, ne garantiscono la corretta deduzione. Il risultato è un regresso all’infinito il quale richiede un’improbabile memoria infinita
In secondo luogo sorge un problema di finezza di grana. Prendiamo l’esempio di Luigi sulla previsione del tempo e modifichiamolo con “Alessandro sapeva che il Sole sarebbe tramontato alle 19 (così com’è avvenuto)”: sebbene Alessandro abbia mostrato di essere in possesso di formidabili doti predittive il contenuto della sua proposizione non può che essere falso dato che il Sole non tramonta, è la Terra che gira. Che statuto dare allora alle descrizioni ordinarie del senso comune, spesso inesatte, e a quelle continuamente instabili e dettagliate delle descrizioni scientifiche?
E ora, perdonatemi, ma si è fatto tardi (o presto). Per il momento devo fermarmi qua.
Non credo si fraintenda S se decidiamo di riportare la sua risposta come segue: “il protagonista de Il sesto senso scopre di essere morto”. Ora, se ho capito bene, tu pensi che nonostante la proposizione p ritenuta da S con l’enunciato “il protagonista de Il sesto senso scopre di essere morto” sia indiscutibilmente vera, S non sa che p, configurandosi pertanto un caso in cui un soggetto, S, ritiene una proposizione vera senza conoscerla. Benché io creda che tali casi siano possibili, non credo però sia il nostro. Infatti, ciò che S ritiene con “il protagonista de Il sesto senso scopre di essere morto” non è – grosso modo – la proposizione che Bruce Willis scopre di essere morto, ma la proposizione che Gerard Depardieu scopre di essere morto, la quale è tanto vera quanto la prima. S ritiene quest’ultima proposizione sulla base della identità ritenuta per mezzo dell’enunciato “il protagonista de Il sesto senso è Gerard Depardieu”. Ora, chiediamoci se l’enunciato “il protagonista de Il sesto senso è Gerard Depardieu” sia vero o falso. Per noi tutti è falso, ma per S è vero: non si tratta ovviamente di un caso di relatività della verità; più semplicemente, S ritiene con quell’enunciato la proposizione vera che il protagonista di Una pura formalità è Gerard Depardieu. Mi pare allora che il caso da te descritto non sia un caso in cui S ritiene una proposizione vera che però non conosce. Piuttosto S usa il linguaggio in modo diverso da quello convenzionale, denotando con “Il sesto senso” un film diverso da quello che è di solito (e a ragione) denotato con quello stesso nome.
Quanto al resto, scimmiottando un po’ Churchill, penso che la teoria corrispondentista della verità sia la peggiore teoria della verità fatta eccezione per tutte quelle altre che sono state sperimentate fino ad oggi
Le conseguenze disastrose che tu vedi sono al limite imputabili alle teorie inferenzialiste del significato: se conoscere il significato di un enunciato significa conoscerne la posizione inferenziale, allora è chiaro che per la comprensione di un enunciato si richiederebbe un rinvio olistico a premesse e conclusioni dai confini inevitabilmente imprecisati, nonché una memoria piuttosto capiente per fare tutto questo. D’altra parte non penso che gli inferenzialisti siano così ingenui da non aver messo a punto strategie volte a rispondere a questa obiezione.
Non è solo questo il problema, ammessa anche una infinita capacità mnemonica, rimarrà ancora il problema di trovare giustificazione alla mia pretesa di ritenere vero ciò che ritengo vero.
Fra l’ altro il procedere formale, che dalle premesse ci porta alle corrette (in accordo col metodo) conclusioni non ci dice nulla sullo stato di verità o meno di ciò che asseriamo. Il tutto si risolve nell’ abilità sofistica di persuadere circa la validità delle premesse da cui partiamo.
@Uccion
Mi scuso per il ritardo della risposta ma spero d’essere esauriente, non essendo, questa, la prima volta che esprimi perplessità rispetto a quella mia espressione finale.
A parte che l’ipotesi che definisci “malvagia” riguardo a una qualche verità laicizzata di impronta cristiana non torva, in quell’utilizzo maiuscolo, nessun fondamento. Ho utilizzato il maiuscolo perché, come ho ampiamente scritto, nel mio riferimento trattasi di una verità fondante. Cioè, se la vogliamo dir volgarmente, dell’insieme di tutte le informazioni vere. Partiamo dal presupposto che, come ho già detto, io ritengo assolutamente impossibile per l’uomo procedere nella conoscenza in modo diverso dalla formulazione di paradigmi che, per loro natura, non sono altro che sovracostruzioni convenzionali. Il tuo “disagio” riguarda il seguire un assunto di tipo normativo-assiologico, ma io stessa trovo inappropriata questa tua indicazione. Io parlerei, più che altro, come ho già detto, di “informativo”. Per intenderci, ti ripeto, leggi quel «Verità» che ti infastidisce tanto, come l’insieme di tutte le informazioni vere.
Scrivi, e mi sembra il vero problema del tuo obiettare:
Quando Ferraris fa tanti problemi perché a tutti i costi vuole un realismo esterno e Vattimo se ne fa altrettanti perché a tutti i costi questo realismo non vuole proprio, cosa fanno entrambi se non cercare la via ai loro occhi il più possibile plausibile a come credono che stiano le cose? Ti dici d’accordo con D’Agostini (non “LA D’Agostini”! Oggetti che necessitano di un articolo qui non ce n’è!), e condivido quella sua obiezione anch’io. Solo che credo sia parziale. Lei nota che entrambi i contendenti, sul lato della possibilità da parte dell’uomo di fruire una qualche conoscenza incerta, si trovano, in fondo, d’accordo. Il punto che non vede D’Agostini è se entrambi si trovano invece d’accordo sull’esistenza, umanamente fruibile o meno, di una Verità che non sia quella fallace di cui lei parla, perché su quella i due sono d’accordo pur fingendo di non esserlo.
Insomma, se c’è una qualche Verità, noi umanità che da secoli ci facciamo tante masturbazioni intellettuali, quando la riteniamo inarrivabile, sappiamo che nella formulazione di queste masturbazioni potremmo forse anche avvicinarci il più possibile alla creazione di visioni del mondo che riteniamo almeno il più possibile coerenti con i dati di cuoi disponiamo, e qualora invece la ritenessimo conoscibile, possiamo seguire a conoscerla in maniera lineare. Se, all’opposto, questa Verità, non esiste, tutto è decisamente diverso perché non vi sono informazioni vere, e l’essenza stessa delle cose è caotica, siamo noi, attraverso gli atti conoscitivi, a darvene un qualche ordine o significato.
Ti paiono differenze da poco? A me, no.