Attraverso i tuoi occhi ho incominciato a vedere, nelle tue parole ho iniziato ad ascoltare. Ho creduto dapprima che il “sì”, l’azione, dovesse mutare il mondo. Ho pensato che fosse necessaria una morale da eroi o da martiri per sconfiggere i gelidi mostri generati dal nichilismo.

Ti vedevo sulle montagne, dopo aver rinunciato al titolo di basileus, passeggiare solitario e, dall’alto dei boschi, guardare Efeso dibattersi nella follia del potere. Pensavo alla tua rinuncia, ma non ne comprendevo fino in fondo il senso.

Anche quando, in cammino verso il deserto con il tuo bufalo d’acqua, ti apprestavi a varcare il posto di guardia di Hangu e non fare più ritorno, ti guardavo e non capivo.
Nemmeno leggendo le tue lettere indirizzate al di là del tempo, dopo il tuo ritiro definitivo dal cuore stesso dell’Impero, nemmeno allora compresi.

[…]

Sono rimasto immobile, per anni, guardando nel vuoto, incapace di una reale parola. Sconfìtto e nell’impossibilità di rialzarmi. Non c’era linea da superare in quella sfera claustrofobica. E tu stesso, nonostante la tua forza inaudita, non hai retto e hai dovuto spingerti nella follia, nella conversione, nel suicidio.

Nella casa di Weimar, seduto sull’umiliante seggiolone e accudito da tutto ciò che ti faceva orrore; ma anche disperato e alcolizzato nella tua mansarda parigina. Pensavo a quante volte ti eri perso ed eri stato umiliato dal secolo. Io, seduto sulla panchina sotto il grande albero, vegliavo sulla tua tomba nel cimitero di Bergstraße, mentre buffoni di ogni sorta scimmiottavano la tua esistenza, facendo mercimonio del tuo eroismo.

Pagliacci, fascisti, tecnocrati, uomini della megamacchina, funzionari dello spettacolo, profeti e apocalittici, neomessianici e post-human. Una coltre umana, troppo umana, alla luce della quale, più che mai, il dolore aumentava e il nichilismo risplendeva. Vedevo mia madre e mio padre attaccati a macchine che ne prolungavano la sofferenza atroce, sotto lo sguardo vuoto di medici al di là della dimensione del senso. Sempre più immobile, guardavo tutto ciò.

Poi, quando la forza del nulla si apprestava a darmi il colpo finale, quel colpo letale da cui non ci si rialza più, ho compreso che non c’era una linea da superare per salvarsi e, soprattutto, ho compreso che quella linea non era dietro il nichilismo, non c’era nessun fronte da oltrepassare. Non era quindi necessario opporre alla forza distruttrice del nichilismo una forza opposta. Non era necessaria alcuna lotta, alcuna battaglia frontale. Non aveva nessun senso l’idea di un superamento della linea del nichilismo.

Dovevo, semplicemente, scartare di lato. La linea ero io, l’anarca.

 [Federico Ferrari, L’Anarca, ed. Mimesis, pp. 7-9]