Filosoφicamente

Diffidate di un filosofo che sa di sapere (Bobbio)

Articoli

Cosa significa il fascismo oggi? (2/2)

Alessandro Bruschetti | "Sintesi fascista", 1930

[Cosa significa il fascismo oggi? – prima parte]

IL FASCISMO NELLA POLITICA

Benché suoni paradossale, oggi la destra radicale è perfettamente in grado di presentarsi come estremo baluardo della libertà di pensiero per tutti coloro che rifiutano la narrazione cosmopolita imposta dal capitalismo globalizzato (Boltanski e Esquerre, 2017).

Che il fascismo sia appannaggio della borghesia e dei colletti bianchi è un’immagine che stride con la fascinazione esercitata sui ceti meno abbienti – spesso con un livello di istruzione basso, impoveriti dal mercato globale e minacciati dalla manodopera a basso costo arrivata con l’immigrazione.

L’idea che esista un legame esclusivo tra fascismo e borghesia è propria dell’interpretazione marxista (la c.d. teoria marxista-leninista-maoista), secondo cui il fascismo venne adottato dalle classi medie per fronteggiare il proletariato rivoluzionario (Armistead, 2016). Essa risolve la questione fascisti-antifascisti in uno scontro tra borghesia e proletariato  forse troppo semplicistico e riduttivo.

Se è vero che il fascismo attecchì particolarmente nelle classi medie grazie all’appoggio dei proprietari terrieri, bisogna ricordare che fin dai suoi albori riuscì a porsi come un movimento trasversale, in grado di intercettare classi sociali anche molto diverse tra di loro. E questo perché si propose come un’avanguardia popolare in grado di proporre una leadership forte, efficace, alternativa al debole e corrotto establishment giolittiano (Eley, 1983).

Eventi come l’accelerata modernizzazione impressa dal capitalismo negli anni ’20 o la Rivoluzione Russa impressero cambiamenti radicali nello scenario politico ed economico del dopo guerra, ponendo nuovi problemi che i governi liberali e conservatori non erano in grado di gestire.

Nuove forze sociali si delineavano all’orizzonte: l’industrializzazione crescente, l’affluenza selvaggia dalle campagne alle città, lo sviluppo delle organizzazioni dei lavoratori e, per finire, l’ascesa in seno alla piccola-medio borghesia di una nuova classe impiegatizia, più amministrativa e manageriale, desiderosa di ottenere rappresentanza politica, ordine sociale e fortemente scettica nei confronti del vetusto panorama politico italiano, misero in crisi la struttura sociale ereditata dall’ottocento.

In questo contesto il fascismo riuscì a imporsi come unica soluzione credibile, acquisendo immediatamente il supporto delle classi agiate dei latifondisti e degli industriali. Ma allo stesso tempo, il nazionalismo radicale riuscì a sviluppare un movimento di massa veicolando un sincretismo di valori– il mito risorgimentale, il culto della tradizione, la coesione sociale – per proporsi come risposta forte di rottura, credibile e in aperta sfida nei confronti della vecchia leadership politica e delle anchilosate classi dominanti.

L’ideologia fascista è un’ideologia reazionaria, nel senso più letterale del termine. Nasce proprio come reazione ad una crisi politico-economica per proporsi come “terza via”, alternativa tanto alle classi dominanti che al socialismo, allargando così il proprio consenso tra classi sociale anche molto diverse tre loro. Un’ideologia anti-ideologica, basata sull’azione, il dinamismo, la forza, contrapposta a una classe dirigente paralizzata dalla crisi (Ben-Ghiat, 1996)

Per certi versi è corretto affermare che il fascismo è un derivato del capitalismo, ma nel senso che sono le crisi del capitale a rappresentare da sempre il terreno fertile da cui l’estrema destra trae linfa e sostentamento. Grazie ad esse, il fascismo riesce a mobilitare il suo apparato ideologico e retorico facendo leva sul rancore e la paura delle classi medie – solitamente quelle più compromesse dalla crisi – per instillare nella società l’urgenza di sicurezza, il bisogno di autorità e l’odio per il diverso.  (Gattinara et al. 2013)

L’esistenza di una minaccia per il popolo e la nazione è dunque la chiave di volta per la costruzione del discorso fascista. Senza un nemico, un nemico della patria da odiare, da temere e da cui difendersi, la stessa esistenza del fascista è compromessa.

Fenomeni come la Brexit, l’elezione di Trump e di partiti xenofobi come la Lega parlano chiaro; è una strategia politica che funziona. Appellandosi al binomio “popolo e morale”, le destre europee e i movimenti populisti riescono a dare voce a quelle fasce della popolazione insoddisfatte e dimenticate dalle politiche comunitarie e dall’inettitudine dei governi social-democratici, proponendo un’alternativa di rottura con il sistema (Boltanski e Esquerre, 2017).

Di fatto però, i partiti di estrema destra sono legittimati dallo stesso sistema in crisi che li ha evocati. Per questa ragione ciò che il fascismo è in grado di produrre non è che una serie di false rivoluzioni, buone sì a prendere il potere ma incapaci di scardinare l’esistente.

Sono tempi di passioni tristi. Dietro il piglio da non convenzionale patriottico antagonista del sistema, è facile intravedere l’usuale anelito all’ordine e alla disciplina che strizza l’occhio all’angosciata indignazione dell’onesto padre di famiglia, placidamente incardinato tra gli ingranaggi del sistema.

IL FASCISMO COME ATTITUDINE

Secondo Umberto Eco (1995) il fascismo manifesta una natura particolare, che si riflette nel nostro linguaggio comune. A dispetto del nazismo e del comunismo con il termine ‘fascista’ possiamo designare un insieme vastissimo di atteggiamenti autoritari e politiche repressive e illiberali; perché, si chiede, non descriviamo questo insieme ricorrendo ad aggettivi come “falangisti” o “franchisti” o “ustascia”?

La risposta è che al contrario del nazismo o del comunismo, il fascismo non ha un’ideologia ben definita, una quintessenza monolitica che ne delinea una precisa identità. Al contrario, esso nasce come totalitarismo fuzzy, al cui interno trovano posto monarchia e rivoluzione, religione cattolica e culto della violenza, il futurismo di Marinetti e il decadentismo di D’Annunzio, l’imperialismo di Mussolini e il cattolicesimo di Franco.

Come nella nozione di “gioco” di wittgesnteiniana memoria, il fascismo può rappresentare molteplici istanze accomunate da un insieme di elementi comuni. È ciò che Eco definisce”`Ur-Fascismo“, o il “fascismo eterno“, di cui elenco in ordine sparso alcune caratteristiche:

TRADIZIONE E SINCRETISMO. Data un’unica verità, ancestrale, è possibile riallacciare ad essa miti e personaggi tra i più disparati – persino Gramsci e Che Guevara all’occorrenza. Non è una questione di contenuto, quanto di statuto epistemologico; esiste qualcosa di dato, certo, i cui valori sono indubitabili e incorruttibili (la famiglia, la patria e via dicendo);

RIFIUTO DELLA DIFFERENZA. Ciò che può mettere in discussione le verità ancestrali è una minaccia; ne consegue un rifiuto per la critica, il disaccordo e il confronto. Lo sanno bene i politici in cerca di voti che attaccano le famiglie arcobaleno o lasciano morire annegati i migranti. Ma lo sa bene pure chi rifiuta i valori dell’illuminismo e della scienza, rifiutando il ruolo del tecnico, del professore e dell’intellettuale;

RAZZISMO E OSSESIONE DEL COMPLOTTO. Al tempo stesso, individuare nemici da cui difendersi è fondamentale per costruire l’identità della nazione ur-fascista; il diverso ha un ruolo chiave nel processo ontogenetico.

Per questa ragione razzismo e xenofobia sono endemici all’estrema destra. Il diverso inoltre non può essere innocuo; dev’essere ritenuto pericoloso, capace di ogni efferatezza; la sua presenza legittima il vittimismo che precede le spedizione punitive. Da qui l’ansia per il complotto, Soros e i massoni – l’angosciata domanda: “chi comanda il mondo?”;

POPULISMO QUALITATIVO. Il popolo è un’entità monolitica che non può che esprimere “una volontà comune” – non c’è spazio per gli individui. Per cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini – magari su una pagina facebook – può venire presentata e accettata come la “voce del popolo”;

La costruzione di senso della realtà operata dall’ur-fascismo ha come fulcro il rapporto, fortemente conflittuale, tra il Noi e gli Altri o, per usare un termine mutuato dalla psicologia sociale, tra ingroup e outgroup.

Diversi studi (cfr. ad es. Tajfel, 1982; Albarello e Rubini, 2008) hanno evidenziato come  le persone costruiscono la propria immagine di sé identificandosi ad un gruppo di appartenenza, attraverso un processo psicologico istintivo, automatico e immediato a supporto della propria autostima.

Il “nostro” gruppo viene più o meno implicitamente considerato “migliore” rispetto agli “altri”, i quali vengono metodicamente svalutati o confrontati in chiave critica, attraverso un antagonismo funzionale che si avvale di categorizzazioni generalizzanti, come gli stereotipi o i pregiudizi, per compiere un graduale disconoscimento dell’Altro fino, nei casi più estremi, alla sua totale deumanizzazione.

L’ur-fascismo esaspera ed istituzionalizza questa relazione, proponendo una visione del mondo incardinata in un’angosciata e rabbiosa narrazione che ammette solo oppressi o oppressori, vittime o carnefici. In essa, la conflittualità e la logica binaria win-lose è estesa ad ogni ambito dei rapporti umani.

È una narrazione che nei confronti dell’Altro contempla esclusivamente atteggiamenti rigidi, escludenti, radicati nei più reconditi recessi del sistema sub-corticolare umano; sempre in bilico tra il rifiuto della diversità e la fuga nell’incomprensione, nell’ordine e nel manganello e l’attacco ai danni del diverso, del debole. Una logica da rettile insomma.

È la dimensione del potere per il potere che assume il significato di supremazia sugli altri a partire dalla pratica quotidiana dei rapporti interpersonali tra i partner, nella famiglia, verso i figli, tra insegnanti e allievi, tra colleghi di lavoro, tra capi e subordinati, sino ad arrivare alle dimensioni macrosociali dei regimi politici, siano essi democratici o dittatoriali (Giasanti, 2007)

Alla base di questo esercizio di potere, vi è una situazione di impotenza, una difficoltà di realizzazione personale e un desiderio di bloccare le potenzialità dell’altro. Si instaura una relazione perversa tra dominanti e dominati; nei carnefici,  il bisogno di potere esprime un desiderio di controllare gli altri, sino a forgiarli a propria immagine e somiglianza. Nei secondi, le vittime, fa in modo che siano disposti a rinunciare alla libertà e non solo a quella psicologica, in cambio della promessa di essere affrancati dalle proprie paure, ansie e bisogni.

Del resto, diversi esperimenti svolti per indagare le cause del nazismo nell’ambito della psicologia sociale (come l’esperimento di Milgram o l‘esperimento di Stanford), hanno reso evidente questa inclinazione dell’essere umano alla cieca obbedienza all’autorità e alla sopraffazione dell’altro.

Date certe condizioni, l’essere umano è in grado di manifestare un’attitudine che lo rende più simile a una formica o a una vespa infuriata che non a un mammifero. 

La definizione di ur-fascismo di Eco sembra catturare perfettamente quest‘attitudine dell’essere umano, forse ben più temibile di sedicenti nostalgici dalla testa rasata.

Come ha scritto Foucaoult nella sua Introduzione alla vita non fascista (2012), bisogna sempre stare in guardia dal “fascismo che è in noi”; cioè dal fascismo che possiede le nostre condotte quotidiane e che ci fa amare il potere e desiderare proprio ciò che ci domina e ci sfrutta.

PER CONCLUDERE

“Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.” (Chomksy, 2014)

Il fascismo non è qualcosa che appartiene al recondito passato o che può tornare in un lontano distopico futuro, ma è una possibilità sempre presente. Solo che, contrariamente a quanto accade in film come Lui è tornato, oggi non si presenta alle nostre porte in camicia nera e gagliardetto. Piuttosto, sembra prendere piede senza che siamo realmente in grado di rendercene conto.

Il principio della rana bollita di Chomsky è estremamente calzante a riguardo; permettere giorno dopo giorno che si minimizzi la natura del fascismo, lasciando che prevalga una narrazione tossica, intrisa di xenofobia e nazionalismo da quattro soldi (Prunetti, 2016), sdoganando il tutto col solito ritornello del “sono solo quattro gatti”, è ingenuo e pericoloso.

È indicativa di questa sistematica svalutazione lo stupore con cui sono stati accolti episodi ritenuti impossibili, come la vittoria di Trump o il ritorno dell’estrema destra in Europa. E chi continua ad aspettarsi di trovare all’estrema destra una massa di idioti innocui ha enormi responsabilità in tutto questo 2

Bisogna piuttosto prendere sul serio la fascinazione in corso, e sforzarsi di comprendere cosa rende il fascismo tanto attraente agli occhi di così tante persone; occorre capire a quali esigenze, a quali bisogni, esso riesce a dare una risposta per trovare, costruirre e proporre valide alternative all’abbruttimento fascista.

NOTE

[2] Un interessante contributo in merito lo si trova qua: Toh, i fascisti! Tra allarmi tardivi e inviti all’ammucchiata, con le elezioni dietro l’angolo, del collettivo Wu Ming.

BIBLIOGRAFIA

Boltanski L., Esquerre A., 2017, Verso l’estremo. Estensione del dominio della destra, Mimesis, Milano

Armistead J., 2016, The Silicon Ideology  |  pdf 

Trotsky, L.(1944). FASCISM: What it is and how to fight it. Pioneer Publishers | pdf 

G. Eley, 1986,  What Produces Fascism: Preindustrial Traditions or a Crisis of the Capitalist State?, Politics and Society 12, 2 (1983), pp. 53-82; repr. in: G. Eley, From Unification to Nazism: Reinterpreting the German Past, Boston 1986, pp. 254-282 | pdf

Ben-Ghiat R., “Italian Fascism and the Aesthetics of the ‘Third Way,’ ” Journal of Contemporary History 31, no. 2 (April 1, 1996): 302

Castelli Gattinara P., Froio C., and Albanese M., 2013, The Appeal of Neo-fascism in times of Crisis: The Experience of CasaPound Italia, Fascism: Journal of Comparative Fascist Studies. 2, 234-258.

Eco U., 1997, Il fascismo eterno, in Cinque scritti morali, Bompiani, Milano  (pp. 25-48) | pdf

Tajfel H. e Turner J.C. ,1979,. An integrative theory of social conflicts. In W.G. Austin e S. Worchel (a cura di), The social psychology of intergroup relations. Monterey: Brooks-Cole, pp. 33-47

Tajfel H. ,1982,. Social psychology of intergroup relations. Annual Review of Psychology, 33, 1-39.

Albarello F. Rubini M. ,2008, Relazioni intergruppi e fenomeni di deumanizzazione, Psicologia Sociale, Vol III, 1: 67-94 | pdf

Giasanti, A. , 2008, Psicologia di massa del fascismo: uno sguardo sociologico, Anima e Corpo. Rivista internazionale di psicologia somatica | pdf

Foucaoult M., 1977, Introduzione alla vita non fascista, prefazione per l’edizione americana de’ L’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari | pdf

Prunetti, 2016, Appunti sul Social-fascismo. La condivisione delle «idee senza parole» | Wu Ming Foundation

1 Comment

  1. Avatar

    Lineare e coerente. Ma manca il contributo di W. Reich e della sua sexpol (Psicologia di massa del fascismo) e quello di Benjamin in particolare sull’aura e sull’arte non fascista (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica) e sulla violenza (Per la critica della violenza).

Leave a Reply

5 + tre =

Theme by Filosoφicamente