Manifesto

«[...] quando ormai possedevano tutte le cose necessarie e quelle occorrenti per un’esistenza confortevole e piacevole, gli uomini cominciarono a esercitare questo tipo di intelligenza»

Aristotele, Metafisica, I, 1, 982 b, 10-30

Non ci sentiamo in dovere di giustificare la comparsa di quest’ennesimo spazio virtuale per la discussione e gli studi filosofici. Ciò che preme ora è piuttosto l’urgenza di presentarci, chiarire i punti da cui intendiamo partire e approfittarne per chiedere al lettore, all’esperto e al profano, di perdonare e comprendere fin da ora l’apparente presunzione con cui permetteremo di accostarci a determinati argomenti.
Il modo in cui concepiamo la filosofia è ‘scienza dello stupore di fronte il reale’, ossia di fronte ciò che ogni mattino appare al nostro sguardo abituato. Pertanto, in quanto scienza, la filosofia è rottura dell’abitudine con il mondo e problematizzazione del senso comune: è il tentativo di disabituarci dalla percezione di ciò che ci circonda e tornare alle cose stesse. Amleto ci ricorda come la realtà sia di gran lunga più ampia rispetto ciò che i nostri metodi comprendono, ma tuttavia siamo dell’idea che solo ciò che è conosciuto assume un ‘significato’ per le nostre vite. Senza la capacità simbolica – come ha notato Ernst Cassirer – saremmo ancora imprigionati nella caverna platonica, osservatori di un mondo fatto di pure ombre.
Contro tutte quelle versioni assolute, che hanno la pretesa di essere eternamente valide, filosofie perenni al di fuori dal processo storico nel quale ogni attività umana è fatalmente immersa, adottiamo un’idea dell’umano non vincolata al dogmatico rispetto di un ‘codice’ che voglia dirsi ‘sacro’ – nel senso più ampio del termine – ma pienamente calata nell’esperienza quotidiana. Tutte quelle forme culturali che hanno la pretesa del Vero, rischiano di ‘preservare’ la realtà entro la teca dell’Intoccabile, vanificando così ogni tentato spirito di comprensione e al tempo stesso di dialogo.
Ci opponiamo ad una dicotomica differenza tra Scienze dello spirito e Scienze della natura, giacché riteniamo la differenza solo metodo, ossia non reale e non intrinseca alle cose stesse. È l’acuto osservatore che, mutando l’angolo del suo orizzonte visivo, modifica la percezione stessa della realtà: non c’è scienza priva di immanenza artistica, così come non c’è filosofia slegata dal piano del reale, mera e vana teoresi. Chiaramente per noi ciò significa che nessuna scienza è vera, piuttosto i diversi approcci – sperimentali o meno – alla realtà sono ‘validi’ rispetto ai dati assunti e ai problemi indagati: non esiste teoria slegata da un punto di riferimento, così come non esiste teoresi senza attitudine pratica, senza un problema.
È nostro intento, quindi, pensare il sapere come unitàirriducibilità: unità, perché uno è il ricercatore così come una è la realtà indagata; irriducibilità, perché ogni metodo si sperimenta con indagini e finalità differenti. Chiaramente sussiste un non lieve margine di differenza, un’incolmabile distanza tra l’arte e la tecnica, la poesia e il rigore geometrico, ma siamo fermamente convinti che tutto semplicemente ‘canti’, con diverse parole ma uguali significati, la meraviglia di fronte al reale.
Dialogocomune riflessione sono pertanto le nostre parole d’ordine. Dialogo tra le scienze: nessuna opera strettamente filosofica è antiscientifica, così come nessun trattato propriamente scientifico può fare a meno di una riflessione filosofica. Se troppo a lungo si è così creduto, è probabile che si sia stati condizionati dall’ambiguità del linguaggio comune ; da un’ancestrale eredità dualistica e da quegli estri positivisti di cui ogni epoca è portatrice: tendenza a sopravalutare qualcosa a discapito di altro.

È chiaro dunque che questo vuol essere solo un ‘manifesto’ di presentazione; un tentato abbozzo per definire in linee essenziali quanto riteniamo fondamentale: una riflessione sulla realtà che, nonostante si sforzi d’essere ‘scevra di pregiudizi’, non può che essere legata alla trama delle nostre vite.

«L’anarchico epistemologico non ha alcuno scrupolo a difendere anche l’asserzione più trita o più mostruosa. Mentre l’anarchico politico o religioso vuol abolire una certa forma di vita, l’anarchico epistemologico può desiderare di difenderla, poiché egli non ha alcun sentimento eterno di fedeltà o di avversione nei confronti di alcuna istituzione o ideologia»

P. Feyerabend, Contro il metodo, Feltrinelli, 2004, p.155

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