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Diffidate di un filosofo che sa di sapere (Bobbio)

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Oltre non è mai altrove

[…] Tra una parola e l’altra ci sono dei vuoti; vuoti che non hanno storia, ma che rappresentano la possibilità ulteriore che tiene il mio corpo d’uomo. Il fare poesia muove da questa possibilità, da quest’oscura possibilità che mi va gettando nel mondo.

Le mie parole, ancora una volta, dicono un qualcosa che non è tutto. Il senso definitorio e definito delle parole non raggiunge mai la definizione ultima. Proprio per questo, la parola finisce per assumere spesso, sulla scena capitalistica, un valore di scambio che rende quasi sempre virtuale il contenuto semantico che essa porta o dovrebbe implicare.

La democrazia rappresentativa (l’invasione mediatica, l’affollamento in luoghi comuni, la neolingua) ha solo reso più banale e moderatamente diffuso il consumo delle parole. Il linguaggio dell’uomo “comune”, ridotto ai minimi termini da una semplificazione funzionale del proprio corredo segnico, si rivela il linguaggio della banalità democraticamente deliberata.

La poesia deve ridiventare randagia. Il Libro non può rinchiuderla. Andate per il mondo, costruite decisioni, perdete le definizioni del potere. La vostra unicità sarà un seme per le terre ulteriori. Non preoccupatevi di chi l’innaffierà, occupatevi dell’aratura.

La poesia – il nero che mi rende le stelle – è sempre altro, oltre, ma mai altrove.

[Carmine Mangone, Infilare una mano tra le gambe del destino, ed. Asinamali, pp.10-11]

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