Pensieri nefasti

Non è facile vivere con gli occhi chiusi la realtà che ci circonda, ancor meno per lo spirito filosofico che ci costringe a scrutare il presente, sebbene non a pensarlo migliore.

Questa pagina, come Pensieri nefasti, nasce dall’intenzione di riprendere alla lettera il significato dell’aggettivo – Nefasto, dal latino nefastus, da ne-fastus, da fas (giusto, onesto, conforme alla legge divina) – che connota tutti quei pensieri che qualcuno vorrebbe nefasti, mentre per noi non costituiscono altro che l’esercizio diretto del pensiero critico, ‘favorevole’ e ‘propizio’. Con critico intendiamo il metodo del dubbio applicato alla società umana: smascheramento delle ipocrisie sociali, politiche ed intellettuali;

Per chi, dunque, crede che l’uomo sia fatto per tacere di fronte le barbarie del tempo, rispondiamo proponendo stimoli di riflessione quotidiana.


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Alla ricerca del senso morale perduto

di Emilio M.Sanfilippo

Una giornata soleggiata di primavera è per molti di noi piacevole, mentre magari è piuttosto spiacevole una di quelle solite giornate invernali uggiose e fredde. Restiamo incantati da alcuni paesaggi, mente altri non vengono nemmeno degnati del nostro sguardo. Siamo capaci di trascorrere la nostra vita intera accanto ad una persona che, chissà per quale strana ragione nascosta all’ombra di chissà quali neuroni, è incredibilmente affascinante, quasi brilla tra tutte le altre come una stella nella notte. Ogni volta che invece incontriamo certi “amici” abbassiamo istintivamente lo sguardo nella speranza di evitare il dialogo dovuto. Se frequentiamo la parrocchia del quartiere solitamente veniamo visti dalla gente come dei “bravi ragazzi”, al contrario dei nostri coetanei che invece passano le loro giornate correndo dietro ad un pallone, o nella migliore delle ipotesi dietro a delle ragazze.

Attraverso questi pochi e banali esempi cerco di rendere evidente che ognuno di noi non si limita a vivere determinate esperienze nella sua giornata, ma attribuisce ad ogni cosa un determinato valore1. Così ci sono giornate belle e brutte, uomini giusti e cattivi, azioni meritevoli e spregevoli. Allo stesso tempo, però, ogni valore sembra non soltanto essere un attributo soggettivo ad una determinata cosa, ma parte integrante della cosa stessa. L’uccidere, per esempio, non è un’azione in sé cattiva, ma dipende da chi viene ucciso. Se la vita è sottratta ad una persona, allora l’uccisione è condannabile, ma se ad essere ucciso è un animale, allora la cosa cambia. Anche qui, però, “non tutti gli animali sono uguali”: non pochi sono i processi contro i maltrattatori di “animali domestici”, ossia di quegli animali che allietano le nostre giornate girovagando per casa, mentre nonostante esistano normative giuridiche in merito, nessuno o quasi si cura degli animali, si potrebbe dire, “da macello”. Se un cane viene pubblicamente maltrattato, la persona rischia di incorrere in una procedura penale, mentre se una mucca, un vitello, una gallina, o qualsiasi altro animale che normalmente riempie i nostri deliziosi piatti viene maltrattato e ucciso, la cosa passa assolutamente inosservata. Così, tanto per fare ancora un esempio, se un pompiere salvasse da un incendio un gatto, lasciando morire un essere umano, verrebbe facilmente additato come immorale e probabilmente perseguito dalla legge.

Quel che cerco di dire portando in ballo esempi di vita quotidiana è che la sfera dei valori, più che essere in balia dell’arbitrio umano, sembra essere propria delle cose, ossia parte integrante di ciò che circonda il nostro sguardo. Ogni essere porta con sé un determinato carico di valori, cosicché relazionarsi a quell’essere significa essere coscienti di quei valori. Tali considerazioni non sono del resto mie. Se non ricordo male Platone associa ad ogni essere un proprio valore, passando dalla perfezione delle idee all’imperfezione del mondo delle ombre. Il pensiero cristiano, allo stesso modo, attribuisce un carattere peculiare alla vita umana, cosicché ogni azione contro di essa è condannabile. Si tenga presente, ad esempio, che la maggior parte delle contese in materia di aborto e eutanasia vertono sul problema dell’attribuzione di valore alla vita umana, giacché medici, familiari e individui stessi non sembrano, in taluni casi, disporre dell’autorità per decidere chi debba vivere e chi morire. In tal senso, allora, la vita ha un valore particolarmente importante e soprattutto la vita di alcuni tra gli esseri. D’altra parte, perché mangiare un cavallo e non un cane? Perché salvare una donna e non un uomo? Perché un bambino e non un anziano? Perché non staccare la presa che tiene “in vita” un essere umano imprigionato in un letto? Perché tentare disperatamente di salvare coloro che dal punto di vista medico sono già morti?

Contrariamente all’idea dei “valori incarnati”, io sono dell’idea che essi rimangano all’interno della soggettività umana, o per smorzare gli apparenti toni relativistici, all’interno della scelta individuale e collettiva. Ciò che sostengo è che l’esistenza sia priva di valore. Con ciò non intendo che alle cose non possa essere attribuito un valore, ossia che esse non possano assumere un valore; piuttosto che ogni valore sia soggetto, rischio di ripetermi, alla scelta individuale e collettiva. Tutto ciò che esiste, in quanto esistente, giace, dal mio punto di vista, sullo stesso piano assiologico: non c’è differenza, in termini di valori, tra alberi, animali ed essere umani. Piuttosto la differenza è tra alberi, animali e persone, ossia al modo in cui decidiamo volutamente di attribuire un senso alle cose che ci circondano. Se, ad esempio, fossi il pompiere dell’esempio di sopra, dovendo decidere di salvare la vita ad una persona o ad un gatto, salverei quella della persona. Non perché questa gode di uno stato superiore rispetto al secondo, piuttosto perché la prima non soltanto ha una vita, ma dispone di una vita, ossia ha la capacità di vivere una vita, di costruire relazioni sociali, di tessere una trama tra sé e il mondo. Da questo punto di vista, un essere umano è una persona quando ha la capacità di tessere da sé tale trama. Il resto – il semplice battito cardiaco, o la semplice attività neuronale – non determina in sé alcuna cosa. Probabilmente se si è inclini a pensare il contrario, sarà per un primordiale attaccamento alla propria specie, che in un modo o nell’altro ci porta ad essere ancora qui. Eppure, l’umano è quell’essere che non soltanto vive la propria vita, ma è anche capace di (ri-)pensarla.

 Probabilmente ho affrontato la questione in maniera troppo vaga e banale. Avrei dovuto giustificare meglio la mia posizione, ma al momento è tutto ciò che la mia passeggiata in bicicletta è riuscita a dettarmi. Probabilmente perché scorgere qualcosa di morto sul ciglio della strada non detta alcun sospetto, a meno che non sia una la vita di un essere umano. Non a caso, questo è pensiero nefasto.

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1Dato che il termine “valore” è piuttosto ambiguo, seguo la definizione del Vocabolario Garzanti di lingua italiana: “qualsiasi qualità (positiva) considerata in astratto come elemento di un riferimento per un giudizio”.

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Antropophagus

di Salvatore Pappalardo

Qualche settimana fa, ad un orario e in circostanze alquanto curiose, ci siamo ritrovati a discutere dell’antropocentrismo per poi dover interrompere il discorso a causa di un treno da prendere. Avevo promesso che il discorso non sarebbe finito lì, così dopo aver rimandato e rimandato ho buttato giù queste quattro righe.

Tra una pedalata e l’altra si parlava dell’antiriduzionismo e della sua legittimità, considerando la sua inadeguatezza nel cogliere aspetti dell’agire umano impossibili da indagare attraverso l’indagine naturalistica; alcune proprietà concernenti l’essere umano, riassumendo, trascendono la necessità del mondo naturale, quindi una metodologia descrittiva non solo si rivela insufficiente –è inutile. Quantomeno per una certa modalità dell’interrogarsi; non a caso la conversazione si è spostata sulla distinzione tra uomo e animale, o meglio, su quel quid che giustifica la differenza qualitativa tra l’Uomo e l’animale, da cui inferire, quasi specularmente, la differenza tra un approccio prescrittivo e uno descrittivo. La dimensione umana, in virtù della sua presunta capacità di emanciparsi dal contingente, concerne dinamiche e fenomeni che sembrano richiedere la possibilità di astrarre e proiettarsi oltre il tempo presente, secondo fini ed esigenze non “materiali”. Questa alterità non esprime solo una differenza, ma la qualifica; pertanto l’essere umano non è solo diverso ma migliore. Il mondo naturale arriva dunque laddove l’uomo comincia, il che si riflette nel rifiuto di considerare utile il contributo di scienze come la biologia o le neuroscienze.

Io invece sostenevo, e continuo a ritenere, che questa idea sia erronea per almeno due motivi.

Il primo è che la coscienza, il linguaggio, il libero arbitrio, la morale e via dicendo, sono concetti che solo grazie a quel quid sembrano dotarsi di vita propria. Personalmente però trovo molto più sensato domandarsi innanzitutto come acquisiamo un determinato concetto (e non solo in senso operazionale) prima di trattarlo come premessa di un’indagine filosofica. La plausibilità di una certa attribuzione di significato deve essere messa in discussione se si vuole evitare problemi come la fallacia dell’affermazione del conseguente (per es. «se esiste ‘x’, allora la coscienza ha queste caratteristiche. La coscienza ha queste caratteristiche, allora deve esistere ‘x’»).  Né tantomeno mi sembra appropriato il ricorso all’introspezione o al senso comune. Infatti non sempre nello spiegare perché sentiamo ciò che sentiamo utilizziamo explanans corretti o appropriati; mettendola in questi termini la fallacia dell’antropocentrismo condivide un’assonanza con il -centrismo tolemaico  non solo fonetica.

Posto quindi che non possono essere presi concetti ad hoc passiamo al secondo motivo, che invece riguarda un modo possibile di giustificare la differenza, in quanto è solo a partire da questa che si può argomentare a sostegno di un’eventuale superiorità. Questa differenza è spesso inferita da una nozione di soggettività che comporta la necessità di invocare una sorta di “reattività al significato” e, di conseguenza, il rifiuto di ricorrere alla “datità”. Serve allora qualcos’altro, collocato in uno spazio sovra-sensibile; una spiritualità di stampo hegeliano, per esempio, esprime perfettamente questa attitudine alla trascendenza.

Questa nozione di significato è in sé problematica perché, oltre a essere eccessivamente impegnativa da un punto di vista filosofico, sembra ancorata ad una nozione di natura piuttosto antiquata. La biologia, l’evoluzionismo, l’etologia, e del resto la comune esperienza quotidiana che si può avere con gli animali, ci mostrano una realtà biologica caratterizzata da dinamismo, non certo da staticità. Dinamismo che, se applicato all’essere umano, o meglio – all’Uomo, di certo ridimensiona il significato di determinati attributi ma non al punto da ridurli/negarli, tutt’altro. L’uomo, scriveva Ortega y Gasset, è un gerundio e non un participio: un faciendum e non un facto. Perché non estendere questa definizione anche al mondo biologico? Traducendo la reattività in una “logica del dinamismo” è possibile allora riqualificare le facoltà che caratterizzano l’essere umano come l’espressione di una reazione all’ambiente che soddisfa le necessità adattive di un organismo complesso quale è il nostro. Si tratta in fondo di attribuire, in senso wittgensteiniano, un significato pragmatico a tutto ciò che concerne l’uomo. Se non esiste alcun quid a fondamento della differenza uomo/animale allora nulla giustifica una tesi come quella dell’antropocentrismo quando questa muove da un’improbabile superiorità.

La religione, la cultura, l’arte, ecc. non sono il prodotto di anime incarnate ma un effetto collaterale della chimica del carbonio.

A pensarci bene questo post sembra essere sulla scia di quello precedente. Riconosco che le ultime righe le ho scritte anche perché in questi giorni sono fomentato dalla lettura di Edelman, Sulla materia della mente. Per quanto mi trovo a condividere buona parte delle conclusioni, in realtà trovo che sia legittimo, entro certi limiti, approcciarsi a determinati argomenti attribuendogli una certa autonomia; a titolo d’esempio può essere citato il mercato finanziario che, come mi fece notare una volta un mio amico, ha letteralmente assunto “vita propria”.

 

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Per la responsabilità del soggetto

di Federico Sciacca

Mi capita spesso di leggere o sentir parlare del “sistema” che ci controlla, dei potenti che occultamente lavano i nostri cervelli, di individui resi zombie. Ebbene io non credo in tutto ciò. Secondo me questa è l’ennesima scusa che ci cerchiamo per non assumerci le nostre responsabilità di educatori, di genitori, di amici, di essere umani.

Ma voglio procedere con ordine. Innanzitutto partiamo dal “sistema”. Nessuno sa fornire una spiegazione adeguata e chiara di chi o cosa sia questo sistema, di cosa realmente è in possesso (sia materialmente sia come conoscenze), di quale sia il suo raggio d’azione ecc. Si sente solo dire che è il sistema che ci vuole così, addormentati davanti la tv, che è il sistema che ci distrae dai problemi reali ecc. L’unica cosa che si può dire è che è senza dubbio vero che chi è al potere, da sempre, cerca di mantenerlo, di dissimulare, di nascondere le proprie intenzioni. Non è una novità del XX secolo, non deriva dagli strumenti di informazione di massa, né da quelli di intrattenimento, ma è sempre stato così. Quando spesso sento dire o leggo che Berlusconi, o la stampa in Italia, nascondono certe cose e distraggono, questo è senza dubbio vero, ma la mia domanda è la seguente:  e quindi? Cosa ci si aspetta? Che dicano tutto? Io credo che con una buona dose di realismo bisogni ammettere che non sapremo mai la verità su certe cose, che le manovre segrete ci saranno sempre come ci sono sempre state.Quello che a me non va bene è la risposta che le persone danno a questa situazione di fatto: spesso ci si limita a dire che ci lavano il cervello, che non lasciano parlare alcuni giornalisti o comici, che non ci sia libertà. E di conseguenza subito ad osannare Fazio, Saviano, Santoro o chiunque dica qualcosa di diverso dal potere centrale. Ma perché loro non hanno i loro interessi? O semplicemente la loro visione della realtà? Sono la voce di Dio che ci dicono come vanno veramente le cose? Si dice che la soluzione ai problemi sarebbe semplicemente una maggiore libertà di stampa, in modo che tutti i cittadini possano essere informati su ciò che accade realmente. Ed è qui che cade la mia critica: così come chi è più interessato, riesce in qualche modo ad avere notizie più veritiere o nascoste, perché non lo possono fare tutti? Io credo che abbiamo quasi tutti le stesse possibilità di informarci e contro-informarci. Sta a noi poi decidere a chi e a cosa credere. Se le persone non lo fanno è semplicemente perché non vogliono, perché sono pigre, perché semplicemente stiamo tutti abbastanza bene. Come accennavo prima, io non accetto una visione del soggetto debole, alla mercè del mondo televisivo. Noi siamo pienamente responsabili delle nostre azioni, dei nostri pensieri, dell’idea che abbiamo del mondo. Pensare che milioni o forse miliardi di persone nel mondo sono tenute a bada dalla tv e dall’industria del divertimento, secondo me vuol dire offendere profondamente il genere umano: ognuno è capace di scegliere cosa guardare(o se guardare). Accettare l’idea che ci controllino, vuol dire accettare l’idea che il genere umano sia morto per sempre. Se voi veramente vi sentite superiori, con la vostra bella verità, che in qualche modo siete riusciti a strappare al sistema nonostante i suoi tentativi di drogarvi e distrarvi, ebbene come potete accettare l’idea che non esista più la responsabilità di scelta? È ovvio che spesso è vero che le persone siano in qualche modo addormentate, ma è e rimane una loro scelta.

L’essere umano è capace di discernimento, di prendere decisioni. Se siamo trattati in un certo modo è perché ci facciamo trattare in questo modo; se come presidente del consiglio abbiamo quello che abbiamo è perché ce lo meritiamo. E fin quando vivremo in democrazia avremo quello che ci meritiamo. Noi siamo la specie dominante, siamo ( con un po’ di sano orgoglio antropologico) i migliori, la parte migliore dell’evoluzione(o della creazione) e tutto questo ci porta delle responsabilità che non dobbiamo eludere: la responsabilità di capire che siamo noi i padroni della nostra vita, che tocca a noi, a ogni singolo individuo, scegliere se stare a guardare la televisione e farci rincoglionire; se guardare Saviano, se andare a informarci, se starcene nella nostra ignoranza. Noi siamo soggetti, non oggetti come voi che pensate che il “grande fratello” ci diriga in tutto e per tutto. Voi siete forse peggio del male che volete curare, perché togliete dignità all’essere umano, riducendolo solo ad una spugna che per adesso assorbe acqua blu, ma che se ci fosse informazione libera assorbirebbe anche acqua rossa, gialla, verde.

Noi non siamo spugne, ma soggetti attivi, persone con un cervello. Il mostro cattivo forse esiste e forse no, ma di sicuro voi non siete gli eroi, non lo sono né i santoro e i luttazzi, né io. Ognuno deve essere eroe di se stesso, assumersi le responsabilità per quello che è e per quello che è in suo potere:  dire sono io che scelgo, che credo, che voglio, che voto, o al contrario sono io che non scelgo, che non credo, che non voglio, che non voto.

 

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«Richiamo alla democrazia»

Il caso dell’attacco a Silvio Berlusconi è ormai sulla bocca di tutti. E quando in Italia c’è da discutere nessuno si ritira indietro, ognuno è la mente più brillante per decretare il Giusto e lo Sbagliato. Gli show televisivi mettono in campo le menti eccelse del Bel Paese: conduttori televisivi, veline, letterine, cantanti e venditori ambulanti. Gli opinionisti non mancano mai.

Fortunatamente c’è ancora chi è in grado di dire qualcosa. Qualcosa di serio. Come il Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano.

In un articolo apparso oggi su la Repubblica, Massimo Giannini scrive un lungo articolo esprimendo le sue personali considerazioni, tenendo a mente le intelligenti – prima che corrette – parole di Napolitano sui funesti fatti Tartaglia-Berlusconi. Il giudizio è severo proprio perché reale: in Italia l’opinione politica è ormai da tempo schierata su due fronti. La «metastorica pregiudiziale anticomunista» e la stoica «resistenza antiberlusconiana». Quel senso comune che considera il comunismo mangiatore di bambini, sinonimo per eccellenza della cattiveria e della perdizione morale (dite a vostro nonno – a meno che non sia un ex partigiano – di dirvi qualcosa sul comunismo; provate ad andare a dire qualcosa in proposito nei quartieri popolari delle vostre città; confessatelo al vostro parroco!!). E ancor più grave quel senso di profonda ignoranza politica che si esprime bene nei membri del Pdl quando additano oppositori, politici, magistrati, lavoratori, giornalisti «Comunisti»!… Pace all’anima di Karl Marx, lui che da giovane hegeliano aveva poi preso le distanze da quel gruppo filosofico a causa della fossilizzazione di quei pensatori, perché non davano il giusto peso alle cose. Erano altri tempi, altri modi di pensare, ma forse – ripensandoci – se avesse saputo in anticipo gli esiti del suo lavoro credo non avrebbe mai scritto qualcosa. Non avrebbe mai lasciato memorie1. Dall’altra parte stanno, invece, sia quei politici che invece di fare seriamente politica – almeno la facessero loro – attaccano senza remora l’operato della destra (a quale classe dirigente è mai interessato del bene della società?), sia i cretini di ogni età, gli inni di gloria a quel povero disgraziato di Tartaglia che creano gruppi su Facebook, che vogliono il 13 Dicembre Festa Nazionale, che acclamano “Tartaglia Santo Subito”.

Lo scalzamento dell’idea democratica si esprime bene sia nell’una che nell’altra prospettiva. La realtà democratica è seriamente minata tanto dalle numerose magagne del governo Berlusconi, tanto da chi considera eroico l’episodio di Milano.

Questi non sono errori, sono orrori. Qui non ci sono compagni o camerati [come potrebbero?] che sbagliano. Qui ci sono imbecilli che scherzano col fuoco. […]

Proprio perché «siamo tutti italiani», oggi siamo solidali con lui. Ma la solidarietà umana e istituzionale non coincide con la solidarietà politica e culturale. Noi, come tutti gli italiani ricordati dal Capo dello Stato «che credono nella democrazia», vorremmo poter continuare ad esercitare il nostro spirito critico. Liberamente, nel rispetto delle persone e dei ruoli. Ma senza essere accusati, per questo, di «terrorismo»

Massimo Giannini, Richiamo alla democrazia, La Repubblica 15/12/2009

La politica è dissenso, è confronto, è possibilità. Non è odio, disprezzo e rancore.


1C’è da dire che Marx ha parlato della società comunista come stadio finale dello sviluppo storico della società senza MAI descriverla, caratterizzarla, proprio per non cadere nell’utopia sociale/politica. Certo, la lontananza dal comunismo storico è evidente: quella che doveva essere una società proletaria, fatta dal proletariato per il proletariato si è realizzata in una forma politica sul proletariato. A danno del proletariato.

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Patria, morale e religione

di Emilio M.Sanfilippo

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Eugenio Montale, Non chiederci la parola, Ossi di seppia, 1925

«L’idea moderna di nazione nacque con Rousseau e con la sua concezione dello Stato come espressione di un popolo, di una comunità di cittadini, di un “corpo morale” capace di esprimere una volontà comune: concezione che la rivoluzione francese avrebbe per la prima volta cercato di tradurre in realtà e che le guerre napoleoniche avrebbero diffuso in tutta Europa con un doppio processo di imitazione e di reazione. Ma fu soprattutto la cultura romantica tedesca del ’700-’800 a scoprire la nazione, a esaltarla in quanto comunità “naturale” – unita da legami indissolubili di lingua, di cultura e di sangue – e a vedere in essa il principio basilare di ogni organizzazione sociale e politica» (G.Sabbatucci, V. Vidotto Storia contemporanea. L’Ottocento, Editori Laterza 2002)

«Mercenario, dal latino dotto mercede(m), da merce(m), che indicava il prezzo pagato per un prodotto commerciale (= chi opera dietro compenso). Indica colui che presta un servizio a pagamento; avventuriero, soldato di ventura; come dispregiativo, venale». (Dizionario etimologico, Rusconi libri)

«Soldato, participio passato di un antico soldare (assodare). Significato in genere militare; grado inferiore della gerarchia militare; in senso figurato, strenuo difensore, paladino di un ideale» (Dizionario etimologico, Rusconi libri)

Patria, morale, religione: le illusioni per cui morire, gli assoluti cui votarsi[1].
Se lo «Stato» è la struttura politico-economica di un paese, la «nazione» ne è l’ethos, le abitudini sociali, etiche, folkloristiche; «la patria» è oltre l’ethos stesso. È la nazione interiorizzata ed elevata al rango di Valore. Al pari della morale, o di una confessione religiosa, la patria diventa il tempio cui votarsi, il dio per cui morire. È il fanatismo dell’abitudine. Che poi ogni nazione, giacché Stato, abbia un esercito per la tutela della sua località e un corpo poliziesco per la tutela della politica interna, è un fatto insieme assurdo e necessario. Assurdo: gli uomini hanno sempre provato un immenso piacere nello sterminarsi reciprocamente, prova ne sono i molteplici giochi devoti al culto della guerra. Necessario: la guerra è l’anima del mondo umano.

Il soldato è nient’altro che un dipendente statale “chiamato” alle armi nell’eventualità di particolari condizioni storiche e sociali. D’altra parte, un mercenario non è altri che un individuo pagato per un particolare fine bellico, con l’evidente differenza che mentre il primo dovrebbe combattere per la nazione (non necessariamente per la patria), il secondo si presume combatta solo ed esclusivamente per se stesso, per la sua esosa remunerazione. Dal momento che sempre più gli eserciti sono il punto d’approdo per chiunque, vittima della disoccupazione, speri nel mantenimento statale, colgo difficilmente la differenza tra l’uno e l’altro. Che l’identificazione sia un giudizio negativo mi pare fuori luogo, piuttosto ne è la costatazione, qualcuno direbbe cinica, più tragica e immediata.
Se i governi volessero soldati, dovrebbero risolvere prima i problemi sociali. I suoi uomini sarebbero allora davvero servi devoti al culto della Patria (chiaramente si dà servitù solo per un Valore, non per l’ethos. È ammissibile che un soldato sia fedele alla nazione e non alla patria – vale anche il contrario). Fino allora non ci saranno soldati. Solo uomini pagati per combattere, guidati dalla ferrea legge della sopravvivenza che fa coincidere esistenza e guadagno.

La dimensione della moralità, meno quella dell’etica, è la dimensione stessa dell’uomo storico: è abitudine dell’uomo sociale interrogarsi sul valore delle sue azioni, sul giusto o sull’errore del suo comportamento. Se non vi fosse genere non vi sarebbe etica, forse nemmeno morale. Essa è, tuttavia, l’universo entro il quale più o meno consciamente viviamo. Troppo spesso diventa l’immanenza di uno Spirito Assoluto sulle sventure umane; troppo spesso gruppi minoritari impongono le loro logiche di dominio sostenuti dall’indifferenza e dall’ignoranza dei molti.
Il problema morale è l’esercizio della ragione consapevole della sua storicità: la sua dimensione non va trovata nella rigidità di vuote e tautologiche formule, piuttosto nello scambio reciproco di opinioni e in quell’equilibrio, sempre precario, che di volta in volta va trovato nelle difficili condizioni della vita.
È la dimensione umana a rendere impossibile una giustificazione morale assoluta. Se tutto diviene, com’è chiaro, mi chiedo come sia possibile una formula universale. Lo Stato più che proporre una moralità o delle leggi morali, dovrebbe porre le condizioni affinché ognuno possa pensare a una moralità che non si riduca all’anarchia più sfrenata o al formalismo dell’ignoranza. Che garantisca il rispetto della vita altrui e nutra il desiderio di armonia tra gli uomini. Ammesso che sia fine etico l’armonia.

La religione prende l’avvio dal più intimo dei bisogni umani, guarire la morte e il dolore: le inquietudini del Tempo. Come la mitologia era il vivo desiderio di rispondere nell’onirica dimensione divina, così la religione è risolvere l’umanità nell’inumano, nient’altro che nel divino. Porre il punto di vista dell’Assoluto in una discussione significa decidere di alzarsi, non appena sedutisi, dal lieto convito.
Qualsivoglia ente, in virtù del suo essere, è contingente, relativo, da cui segue l’immediata contraddittorietà di chiunque voglia asserire un Assoluto in termini di entità: se non è, com’è possibile che sia? E se è, in che modo si manifesta il suo essere (ovvero, cos’è)? Con “relativo” intendo l’essere qui e adesso, in un tempo e in uno spazio determinato, tale da darsi ad un osservatore.

Se fossimo celesti, il problema non sussisterebbe. Ma dannati e avvinghiati nelle spoglie mortali abbiamo bisogno di dialogo autentico sulla dignità del vivere sociale, biologico. Essendo l’Assoluto per necessità non soggetto a corruzione, com’è possibile che capisca il contingente? Ciò che è esclusivamente in vista del morire?
Non tutte le religioni possono essere poste sullo stesso livello critico, né tanto meno comparate. Resta in ogni caso che guarire la morte è guarire dalle religioni. La guarigione è necessaria non perché esse siano danno, o posseggano cariche negative, semplicemente perché l’umanità possa prendere in mano l’esistenza, rifiuti i dogmi dell’ignoranza e dell’oscurantismo e ritrovi la sua vivacità pensante e, sopra ogni cosa, poietica.
Guarire la morte è nient’altro che vivere la morte stessa.

Ai tre idoli delle genti che nel corso dei secoli hanno solo mietuto follia, irrazionalità e ignoranza è opponibile un’umanità di uomini (non è tautologico), liberi pensatori e puri artefici del loro destino. Figli del caos piuttosto che reprobi immortali.
Il valore è proprio questo: consapevolezza piena e totale dell’esser uomo, nei limiti e nelle possibilità che essa implica. Uno Stato spogliato da ogni ipocrisia, una morale sempre particolare e contingente, un culto della ragione come consapevolezza del Tempo.

Ogni forma di pensiero assoluto impedisce volizione e produzione. È un’indeterminata preminenza dell’atto che annichila la potenza e con sé perfino la possibilità stessa della potenza.

D’altra parte resta aperta la questione su come sia possibile il sostegno a chiunque, in un modo o nell’altro, impedisca attraverso le sue logiche d’azione, l’esercizio critico del pensare. Dimentico troppo spesso che alcuni, i molti, nascono postumi, già morti. Il crepuscolo degli idoli nietzscheano è il trionfo della volontà. È la pasqua del pensiero.

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Rileggo: tutto mi pare profondamente ingenuo. Credere che l’uomo cambi, che possa migliorare.
«Utopia», ovvero «in nessun luogo».

«Scuotere la gente, svegliarla dal suo sonno, pur sapendo di commettere in tal modo un crimine e che sarebbe mille volte meglio lasciarvela perseverare, poiché comunque, quando si sveglia, non si ha nulla da proporle …»

Emil Cioran, L’inconveniente di essere nati, Adelphi, p.178

[1] In questa breve ma spero incisiva pagina, cerco di riprendere il discorso già cominciato, seppur in maniera diversa, da Salvatore Pappalardo in L’indicibile, ovvero la folie. È molto quello che sottendo. Forse poco quello che scrivo. Ho la sensazione che sarebbe meglio tacere.

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