di Emilio M.Sanfilippo
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo
Eugenio Montale, Non chiederci la parola, Ossi di seppia, 1925
«L’idea moderna di nazione nacque con Rousseau e con la sua concezione dello Stato come espressione di un popolo, di una comunità di cittadini, di un “corpo morale” capace di esprimere una volontà comune: concezione che la rivoluzione francese avrebbe per la prima volta cercato di tradurre in realtà e che le guerre napoleoniche avrebbero diffuso in tutta Europa con un doppio processo di imitazione e di reazione. Ma fu soprattutto la cultura romantica tedesca del ’700-’800 a scoprire la nazione, a esaltarla in quanto comunità “naturale” – unita da legami indissolubili di lingua, di cultura e di sangue – e a vedere in essa il principio basilare di ogni organizzazione sociale e politica» (G.Sabbatucci, V. Vidotto Storia contemporanea. L’Ottocento, Editori Laterza 2002)
«Mercenario, dal latino dotto mercede(m), da merce(m), che indicava il prezzo pagato per un prodotto commerciale (= chi opera dietro compenso). Indica colui che presta un servizio a pagamento; avventuriero, soldato di ventura; come dispregiativo, venale». (Dizionario etimologico, Rusconi libri)
«Soldato, participio passato di un antico soldare (assodare). Significato in genere militare; grado inferiore della gerarchia militare; in senso figurato, strenuo difensore, paladino di un ideale» (Dizionario etimologico, Rusconi libri)
Patria, morale, religione: le illusioni per cui morire, gli assoluti cui votarsi[1].
Se lo «Stato» è la struttura politico-economica di un paese, la «nazione» ne è l’ethos, le abitudini sociali, etiche, folkloristiche; «la patria» è oltre l’ethos stesso. È la nazione interiorizzata ed elevata al rango di Valore. Al pari della morale, o di una confessione religiosa, la patria diventa il tempio cui votarsi, il dio per cui morire. È il fanatismo dell’abitudine. Che poi ogni nazione, giacché Stato, abbia un esercito per la tutela della sua località e un corpo poliziesco per la tutela della politica interna, è un fatto insieme assurdo e necessario. Assurdo: gli uomini hanno sempre provato un immenso piacere nello sterminarsi reciprocamente, prova ne sono i molteplici giochi devoti al culto della guerra. Necessario: la guerra è l’anima del mondo umano.
Il soldato è nient’altro che un dipendente statale “chiamato” alle armi nell’eventualità di particolari condizioni storiche e sociali. D’altra parte, un mercenario non è altri che un individuo pagato per un particolare fine bellico, con l’evidente differenza che mentre il primo dovrebbe combattere per la nazione (non necessariamente per la patria), il secondo si presume combatta solo ed esclusivamente per se stesso, per la sua esosa remunerazione. Dal momento che sempre più gli eserciti sono il punto d’approdo per chiunque, vittima della disoccupazione, speri nel mantenimento statale, colgo difficilmente la differenza tra l’uno e l’altro. Che l’identificazione sia un giudizio negativo mi pare fuori luogo, piuttosto ne è la costatazione, qualcuno direbbe cinica, più tragica e immediata.
Se i governi volessero soldati, dovrebbero risolvere prima i problemi sociali. I suoi uomini sarebbero allora davvero servi devoti al culto della Patria (chiaramente si dà servitù solo per un Valore, non per l’ethos. È ammissibile che un soldato sia fedele alla nazione e non alla patria – vale anche il contrario). Fino allora non ci saranno soldati. Solo uomini pagati per combattere, guidati dalla ferrea legge della sopravvivenza che fa coincidere esistenza e guadagno.
La dimensione della moralità, meno quella dell’etica, è la dimensione stessa dell’uomo storico: è abitudine dell’uomo sociale interrogarsi sul valore delle sue azioni, sul giusto o sull’errore del suo comportamento. Se non vi fosse genere non vi sarebbe etica, forse nemmeno morale. Essa è, tuttavia, l’universo entro il quale più o meno consciamente viviamo. Troppo spesso diventa l’immanenza di uno Spirito Assoluto sulle sventure umane; troppo spesso gruppi minoritari impongono le loro logiche di dominio sostenuti dall’indifferenza e dall’ignoranza dei molti.
Il problema morale è l’esercizio della ragione consapevole della sua storicità: la sua dimensione non va trovata nella rigidità di vuote e tautologiche formule, piuttosto nello scambio reciproco di opinioni e in quell’equilibrio, sempre precario, che di volta in volta va trovato nelle difficili condizioni della vita.
È la dimensione umana a rendere impossibile una giustificazione morale assoluta. Se tutto diviene, com’è chiaro, mi chiedo come sia possibile una formula universale. Lo Stato più che proporre una moralità o delle leggi morali, dovrebbe porre le condizioni affinché ognuno possa pensare a una moralità che non si riduca all’anarchia più sfrenata o al formalismo dell’ignoranza. Che garantisca il rispetto della vita altrui e nutra il desiderio di armonia tra gli uomini. Ammesso che sia fine etico l’armonia.
La religione prende l’avvio dal più intimo dei bisogni umani, guarire la morte e il dolore: le inquietudini del Tempo. Come la mitologia era il vivo desiderio di rispondere nell’onirica dimensione divina, così la religione è risolvere l’umanità nell’inumano, nient’altro che nel divino. Porre il punto di vista dell’Assoluto in una discussione significa decidere di alzarsi, non appena sedutisi, dal lieto convito.
Qualsivoglia ente, in virtù del suo essere, è contingente, relativo, da cui segue l’immediata contraddittorietà di chiunque voglia asserire un Assoluto in termini di entità: se non è, com’è possibile che sia? E se è, in che modo si manifesta il suo essere (ovvero, cos’è)? Con “relativo” intendo l’essere qui e adesso, in un tempo e in uno spazio determinato, tale da darsi ad un osservatore.
Se fossimo celesti, il problema non sussisterebbe. Ma dannati e avvinghiati nelle spoglie mortali abbiamo bisogno di dialogo autentico sulla dignità del vivere sociale, biologico. Essendo l’Assoluto per necessità non soggetto a corruzione, com’è possibile che capisca il contingente? Ciò che è esclusivamente in vista del morire?
Non tutte le religioni possono essere poste sullo stesso livello critico, né tanto meno comparate. Resta in ogni caso che guarire la morte è guarire dalle religioni. La guarigione è necessaria non perché esse siano danno, o posseggano cariche negative, semplicemente perché l’umanità possa prendere in mano l’esistenza, rifiuti i dogmi dell’ignoranza e dell’oscurantismo e ritrovi la sua vivacità pensante e, sopra ogni cosa, poietica.
Guarire la morte è nient’altro che vivere la morte stessa.
Ai tre idoli delle genti che nel corso dei secoli hanno solo mietuto follia, irrazionalità e ignoranza è opponibile un’umanità di uomini (non è tautologico), liberi pensatori e puri artefici del loro destino. Figli del caos piuttosto che reprobi immortali.
Il valore è proprio questo: consapevolezza piena e totale dell’esser uomo, nei limiti e nelle possibilità che essa implica. Uno Stato spogliato da ogni ipocrisia, una morale sempre particolare e contingente, un culto della ragione come consapevolezza del Tempo.
Ogni forma di pensiero assoluto impedisce volizione e produzione. È un’indeterminata preminenza dell’atto che annichila la potenza e con sé perfino la possibilità stessa della potenza.
D’altra parte resta aperta la questione su come sia possibile il sostegno a chiunque, in un modo o nell’altro, impedisca attraverso le sue logiche d’azione, l’esercizio critico del pensare. Dimentico troppo spesso che alcuni, i molti, nascono postumi, già morti. Il crepuscolo degli idoli nietzscheano è il trionfo della volontà. È la pasqua del pensiero.
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Rileggo: tutto mi pare profondamente ingenuo. Credere che l’uomo cambi, che possa migliorare.
«Utopia», ovvero «in nessun luogo».
«Scuotere la gente, svegliarla dal suo sonno, pur sapendo di commettere in tal modo un crimine e che sarebbe mille volte meglio lasciarvela perseverare, poiché comunque, quando si sveglia, non si ha nulla da proporle …»
Emil Cioran, L’inconveniente di essere nati, Adelphi, p.178
[1] In questa breve ma spero incisiva pagina, cerco di riprendere il discorso già cominciato, seppur in maniera diversa, da Salvatore Pappalardo in L’indicibile, ovvero la folie. È molto quello che sottendo. Forse poco quello che scrivo. Ho la sensazione che sarebbe meglio tacere.