Il vivente, il linguaggio, la soggettivazione

Recensione di Melissa idonia

La teoria lacaniana della soggettivazione presuppone che il soggetto nasca nel campo dell’Altro: diveniamo soggetti nel momento in cui veniamo inclusi all’interno di un gruppo sociale di riferimento che, nell’assoggettarci alle sue dinamiche di potere, quindi nel renderci innanzitutto oggetti, allo stesso tempo ci identifica.

Potremmo anche dire che la soggettivazione è l’esito di un paradossale processo di oggettivazione intrinseco nell’essere-soggetto, cioè nell’essere sempre “fabbricati”, nominati, presentati e gestiti in quanto soggetti. Si tratta di una ambivalenza già insita nell’etimologia del termine: il latino subiectum traduce alla lettera il greco ὑποκείμενον, ossia «ciò che soggiace o sottostà».

Detto in termini lacaniani, l’esistenza dipende da un’operazione significante: il soggetto nasce, senza che lo abbia scelto, allo stato  informe e all’interno di un universo significante; qui può prendervi posto solo articolando il significante in un discorso, cioé rapportandosi con almeno un altro significante. Questo processo è ciò che permette la relazione dell’uomo con l’uomo, che forma la psiche soggettiva, che trasforma la coscienza in autocoscienza.

In situazioni cosiddette “normali” questo passaggio è automatico. Nasciamo all’interno di un contesto già predefinito, siamo immersi nella rete simbolica, registriamo dei fatti, li rielaboriamo e li restituiamo al reale.

Ma cosa accade se ciò non si verifica se, cioé, il significante si congela e non si articola in un discorso con l’altro? Accade che l’io non può strutturarsi e resta allora allo stato informe di coscienza non intenzionale, cioé di coscienza che non è coscienza di qualcos’altro.

È ciò che si verifica nel disabile intellettivo grave in cui, come dice Franco Lolli, sembra si assista a un’incontaminazione assoluta del vivente, a una materia pura, originaria, non infettata dal simbolico. Sono quei casi in cui il dualismo cartesiano di res cogitans  e res extensa si impone in modo netto separando l’organico dal psichico; è come se non ci fosse spazio per il Leib, per il corpo-vissuto, il corpo che fa esperienza e allo stesso tempo registra e impara, ma solo per il Körper, il corpo-macchina, il corpo cosa tra le cose, oggetto di studio medico e scientifico, mera somma di organi.

In condizioni normali di salute io non ho semplicemente un corpo, ma sono il mio corpo, pertanto «la qualità sensibile, le determinazioni spaziali del percepito e anche la presenza o l’assenza di una percezione non sono effetti della situazione di fatto fuori dall’organismo, ma rappresentano il modo in cui esso viene incontro alle stimolazioni e si riferisce a esse». Il corpo è quella «abitudine primordiale» che condiziona tutte le altre, è la mia finestra sul mondo grazie alla quale vi sono per me degli oggetti, è quella veduta preoggettiva che costituisce l’essere al mondo. Pertanto non è possibile separare corpo ed esistenza: il corpo esprime l’esistenza e l’esistenza si realizza in esso. Tutto ciò, però, presuppone che il processo di soggettivazione si sia realizzato.

Nella disabilità intellettiva grave invece il Leib, il corpo fenomenico, viene meno e sembra esistere solo il corpo organico. È come se gli stimoli proveniente dall’ambiente esterno determinassero una introiezione primordiale che rende sì possibile la distinzione tra piacevole e spiacevole, ma a questa introiezione primordiale non segue alcun giudizio di esistenza. Tutto ciò avviene perché il soggetto informe che viene al mondo, a causa di deficit intellettivi, non attraversa la catena significante o, più esattamente, il significante che incontra si cristallizza e non si articola con un altro significante. Per questo il processo di soggettivazione non può avere avvio.

Liliana, la donna che domina le pagine di questo libro, incarna tutto questo. È la donna che è rimasta su un piano di coscienza non intenzionale, che non ha raggiunto l’autocoscienza, che, come scrive Federico Leoni, è rimasta a un grado zero dell’esperienza.

Nasce da qui la domanda cruciale che domina il testo di Lolli: può esserci relazione psicoanalitica con una vita che non sembra essersi soggettivata?

La risposta ovviamente non è semplice né scontata. Nel Saggio sulla povertà dell’esperienza, posto ad apertura del testo di Lolli, Federico Leoni offre due possibili vie percorribili. La prima è quella antropocentrica heideggeriana che, collocando l’uomo in una posizione privilegiata nel regno animale, non ammette l’esistenza di un Dasein, di un Esser-ci, che non sia soggettivato: in assenza di soggettivazione l’uomo è un uomo mancante (mancato?). La seconda è la via bergsoniana che considera la differenza tra umanità e animalità solo una differenza di natura, non di grado, non di ricchezza. Pertanto la vita è sempre perfettamente compiuta, a qualsiasi livello, non esiste il fallimento.

Comunque stiano le cose, dice Leoni, davanti a casi di disabilità intellettiva grave è l’analista che deve divenire quel soggetto che ha di fronte rinunciando a mediacalizzazione, confessione e diagnosi.

Questa sembra allora essere l’unica via percorribile: la rinuncia a ogni forma di controllo, appropriazione e direzione dell’esperienza. L’accettazione di “un uno senza l’altro”, di un “uno-tutto-solo”, non tanto perché è solo, quanto perché è tutto.

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1La seguente recensione è stata esposta quale introduzione alla presentazione del libro di Franco Lolli organizzata da Jonas Catania (centro di clinica psicoanalitica per i nuovi sintomi con sede centrale a Milano) il 27 Giugno 2017.