“Io abito la casa ridente del più gioioso dolore”

 In questo articolo scrivo di Renzo Novatore, bandito e poeta dell’individualismo anarchico.

Fu libertario ed esteta, futurista e disertore, un dandy che compiva rapine a mano armata, arguto scrittore e sobillatore di rivolte. Pensatore lirico e solitario, non esitò a difendersi dalle squadracce fasciste con le bombe a mano. Cantò la gioia perversa della rivolta, l’indicibile abisso dell’individualismo e l’abbacinante esperienza dell’anarchia.

Di lui si disse che «scriveva come un angelo e combatteva come un leone».
La sua opera (o meglio, quel che è pervenuta a noi nonostante la distruzione dei suoi scritti ad opera del fascismo) consiste in un numero imprecisato di articoli, interventi polemici e poesie, pubblicati in riviste libertarie del primo dopoguerra.

Un quadro parecchio disarticolato, frammentato, difficile da abbracciare a un solo sguardo. Tuttavia, dall’eterogeneità dei suoi scritti è possibile individuare una sorta di costante, un comune denominatore degli elementi che costituiscono il suo pensiero. Pensiero che, se può sembrare poco o niente originale, è a tratti illuminante. E luminoso.

Scrivo queste righe per ricordarne la vita e il pensiero.

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La vita[1]

Io appartengo alla razza più estrema dei vagabondi dello spirito: alla razza “maledetta” dell’inassimilabile e degli insofferenti. Non amo nulla di ciò che è conosciuto, ed anche gli amici sono quelli ignoti. Sono un vero ateo della solitudine: un solitario senza testimoni! E canto! Canto le mie canzoni intessute d’ombra e di mistero…

Mi sono liberato dalla schiavitù dell’amore per sentirmi libero nell’odio e nel disprezzo…perché io non sento con l’anima della folla. Io non peno le pene del popolo. Io non credo ad una possibile armonia sociale. Io sento coll’anima mia, peno le mie terribili pene, e credo soltanto in me stesso: nel mio profondo dolore. Quel dolore che nessuno comprende e ch’io amo […]
I canti del meriggio

Renzo Novatore, al secolo Abele Ricieri Ferrai, nacque ad Arcola nel 1890. Figlio di contadini, studiò da autodidatta autori come Stirner, Nietzsche, Wilde e Baudelaire. Anarchico dall’età di quindici anni finì presto nei verbali della polizia per l’incendio di una chiesa, poi nel 1911 per furto e rapina.

Cominciò presto a scrivere interventi infuocati sui maggiori fogli libertari e futuristi del Nord Italia come Cronaca Libertaria , Il Libertario , Iconoclasta! , La Testa di Ferro. Si firmerà sempre con una serie di pseudonimi di cui il più famoso è sicuramente Renzo Novatore, ma anche Brunetta l’Incendiaria, Sibilla Vane o Mario Ferrento. I suoi scritti gli valsero l’ammirazione di Marinetti e dei futuristi, ma rivendicò sempre la sua posizione di autonomo irriducibile e indipendente.

Quando venne arruolato nel primo conflitto mondiale non esitò a darsi alla macchia – niente guerra ma rivoluzione! scriveva. Condannato a morte per diserzione, venne graziato con l’amnistia generale del 1919. Sono gli anni del cosiddetto “biennio rosso”, esplode la lotta operaia. Trent’anni, reduce da un ennesimo arresto per aver partecipato all’assalto ad una polveriera e ad una caserma della regia marina, Novatore si unì subito agli anarchici locali impegnati nelle sollevazioni, concedendo il suo aiuto alla causa popolare. Sempre da individualista, fieramente collocato “ai margini”.

Ma l’insurrezione proletaria ha vita breve e la reazione borghese stabilisce presto un nuovo ordine, autoritario e massificatore. Nella notte del 5 giugno del 1922 alcuni camion carichi di squadracce fasciste arrancano sino a Fresonara, la frazione di Arcola nella quale abita Novatore. Impugnano bastoni, spranghe, forse qualche fucile. Cominciano a picchiare alla sua porta, per minacciarlo, per confiscare le carte sovversive. Per tutta risposta, Novatore spara qualche colpo di rivoltella dall’alto e un bomba a mano vola giù dalla finestra.

Il diversivo gli permette di fuggire per le campagne, nella radura. Da quel momento le notizie si fanno scarse. Nessuna segnalazione della polizia, nessun contatto con la famiglia, nessun articolo inviato a qualche rivista. Le liriche e i testi si fanno più tetri, oscuri; in “Ballata crepuscolare – preludio sinfonico di DINAMITE” conclude la lirica con parole struggenti, grondanti una lucida e amara consapevolezza: “Io sono un astro che volge verso un tramonto tragico”.

L’epilogo si svolse a Teglia, una frazione alle porte di Genova. Una squadra di gendarmi, da tempo sulle tracce del bandito Pollastro, entra nell’Osteria della Salute dove ad un tavolo siedono il pregiudicato Sante Pollastro, ricercato per rapina, e Renzo Novatore – è armato di pistola, bombe a mano e una anello contente del cianuro. Il Pollastre nota che i gendarmi, camuffati da operai, calzano scarpe troppo pulite e lucide e si affretta a pagare per uscire dall’osteria, ma il maresciallo, resosi conto di essere scoperto, spara contro i due mentre si getta sotto un tavolo. Ne nasce un conflitto a fuoco. Il maresciallo viene gravemente ferito ma Renzo Novatore viene colpito a morte.

Così moriva l’antifascista,il poeta, l’individualista Renzo Novatore: «caduto combattendo, perché egli filosofava e combatteva. – era da parecchio battuto e braccato. Era in istato di rivolta permanente. Alla morte ha riposto colla morte. È morto come ha vissuto: da anarchico che, al pensiero – altissimo pensiero aristocratico il suo! – univa l’azione rivoltosa…» [2] .

Il pensiero

L’anarchia è, per me, un mezzo per giungere alla realizzazione dell’individuo, e non l’individuo un mezzo per la realizzazione di quella. Se così fosse anche l’Anarchia sarebbe un fantasma […]

Contrariamente all’anarchismo sociale di matrice umanitaria, l’individualismo anarchico di Novatore non persegue alcun ideale di giustizia sociale, solidarietà o emancipazione collettiva. Egli fa sue, piuttosto, le tesi dell’Unico stirneriano, elevando a unico principio etico l’egoismo e la forza del singolo. Essere anarchici non significa lottare per un’umanità nuova o per un’utopia, essere anarchici significa ribellarsi contro ogni forma di oppressione per arrogare a sé tutto il potere di cui si necessita.

Non c’è nessun radioso domani su cui confidare, nessun sol dell’avvenire. Chi ripone fiducia nella collettività, sperando di vedere realizzato presto o tardi un mondo migliore, mostra di essere un debole, un impotente. Perché delegare a un partito, a un movimento, la propria emancipazione non è che uno stratagemma per fuggire da sé stessi, un delegare altrove la responsabilità di realizzare il proprio destino.

Se i deboli sognano l’Anarchia come un fine sociale, i forti praticano l’Anarchia come un mezzo d’individuazione. I deboli hanno creato la società, e dalla società è nato lo spirito della legge. Ma colui che pratica l’Anarchia è nemico della legge e vive contro la società […]
 I canti del meriggio

L’uomo è libero solo nella misura in cui è in grado di difendere la propria autonomia, costi quel che costi. La ribellione è quindi necessaria, necessaria e impellente, perché il conflitto è endemico al mondo: esistono e sempre esisteranno solo i forti e i deboli, gli oppressi e gli oppressori.

Novatore però rifiuta di stare sia con gli uni che con gli altri; refrattario ad ogni forma di obbedienza, preferisce collocarsi “ai margini della società”, tra i delinquenti,i pazzi e gli sbandati. Non rinuncia al potere, lo rivendica per sé.

[…]Il mio individualismo è l’espressione sintetica del mio temperamento indisciplinato e guerriero ed il mio spirito è spirito di ribellione. Io derido e schernisco gli schiavi quando questi accettano passivamente la loro schiavitù, ma quando essi si ribellano io presto loro il mio braccio. Il mio braccio e il mio pensiero…
Risposta pubblica  a lettere private

Ora, prima di continuare scrivere di questo pensatore “strano e maledetto”, credo sia necessario aprire una parentesi. Altrimenti tutto ciò che si può dire dell’individualismo, e in particolar modo dell’individualismo anarchico, rischia di essere travisato. E la premessa è questa: ancorché essere una particolare teoria politica, morale o metafisica, l’individualismo anarchico rappresenta innanzitutto un’istanza epistemologica.

Non è il mero frutto di un atteggiamento romantico o velleitario insomma, ma la logica e spietata conseguenza di una precisa teoria del significato, la quale muove da un nominalismo radicale.[3]

Questo nominalismo vale in particolare per tutte quelle idee che, pur astratte, orientano il nostro comportamento e il nostro essere al mondo: Dio, l’Umanità, l’Ideale ecc. Principi che, pur avendo il merito di dare un significato alle nostre vite, per il nominalista non rappresentano che etichette prive di contenuto, segni linguistici che appiccichiamo alla nostra esperienza ordinaria nel mondo per dare un nome, un senso, a ciò che viviamo.

Parole – a ben vedere – giustificate da altre parole: l’Ideale, l’Arte, l’Anarchia. Parole ereditate, significati storicamente sedimentati, negoziati, eppure ancora parole. Fantasmi di carta, insomma, gusci vuoti. Alchimia del verbo: da una parola, un segno, il fedele alla causa ne trae qualcosa a sé stante – puro, giusto e vero in sé.

Dio, patria, società, popolo, umanità? Avvenire ideale? Ma io sono una realtà e vivo oggi!La realtà della vita è guerra? E sia!

Ma io non sono una bestia sacrificale. Non voglio che il mio corpo sia sacrificato sopra nessun altare […] gridate pure il vostro anatema o sacerdoti del popolo, o servi della patria, o apostoli dell’umanità. Gridate pure il vostro crocifige contro di me. Gridate al feroce egoista, ma io non mi commuovo.

Io canto le mie iconoclastiche canzoni di negazione e di rivolta. Io canto il mio poema meridiano – il poema solleonico della mia calda estate!”
 – I canti del meriggio

Il potere politico non è che una maschera di carta, sapientemente dattilografata.

Perché allora le persone si sottomettono ai fantasmi?  Per comprendere il rapporto tra la “servitù volontaria”, il potere e le sue emanazioni, bisogna forse guardare al rapporto che l’uomo intrattiene con il dolore.

L’idea è che la funzione del potere, più che risolversi nell’esercizio di un dominio, sia essenzialmente “soteriologica”. Il termine soteriologia (gr. σετηρία “salvezza” e λόγος) è utilizzato nella storia delle religioni per indicare le dottrine della salvezza, il cui compito è trovare una soluzione al male. Per l’individualista la politica assolve la stessa funzione: essa si propone di riscattare l’uomo dal male, dalla sofferenza, declinando in un futuro più o meno prossimo la realizzazione di un mondo migliore.

Non è forse un caso che circa dieci anni dopo, Jünger, il teorico dell’anarca, abbia dedicato un intero saggio sul rapporto dolore e metafisica: «Il dolore è una di quelle chiavi che servono ad aprire non solo i segreti dell’animo ma il mondo stesso. […]Dimmi il tuo rapporto con il dolore e ti dirò chi sei! Il dolore come unità di misura è immutabile, ciò che muta, invece, è il modo in cui l’uomo si pone di fronte a tale unità di misura».[4]

Se il dolore – e la sua esorcizzazione- è l’elemento con cui si misura ogni progetto politico e sociale, la sfida che l’individualismo anarchico lancia alla società equivale a una sfida alle consolazioni di una vita ordinata da parole, sottomessa a fantasmi, proiettata in un tempo futuro che rifugge e aliena il presente.

Poiché chi vive per qualcos’altro, subordinando a questo o quel principio la propria vita, non vive per sé. E questo rimandare ad un altrove equivale, per l’individualista, ad una fuga.

[…] Dal giorno che l’uomo ha creduto che la vita fosse un dovere, un apostolato, una missione ha inteso vergogna della propria potenza di essere, ed inseguendo fantasmi ha rinnegato se stesso e si è allontanato dal vero.
 L’individualismo anarchico nella rivoluzione sociale

Per questa ragione Renzo Novatore non intende essere pedagogico, né edificante. Quasi ripiegato su sé stesso, il suo, è un pensiero che non intende arrecare conforto o sollievo, incurante di ogni implicazione politica o sociale. Egli lotta, ma non lotta per il pane[5]. Si batte piuttosto per assaporare l’effimera fragranza delle rose.

E a chi riduce la questione sociale in una questione di pancia, egli risponde citando poeti perversi e filosofi scandalosi, rivendicando a gran forza la gioia dei sensi e il rapimento estatico del proprio spirito: «il mio non è un pensiero o una teoria, ma uno stato d’animo, un modo particolare di sentire».

È in questo sentire, in questa consapevolezza accecante, che l’individualismo di Renzo Novatore affonda le proprie radici. Questa è l’intima essenza dell’anarchia: una rivolta dell’uomo contro il conforto e la consolazione del futuro, per appropriarsi del proprio indicibile presente – unica dimensione ammissibile perché concreta, reale, sentita.

Un presente decostruito, impellente, palpabile, vivido, che ferisce e brucia i sensi esposti al mondo quando il velo di carta scivola, salta via. L’io esposto è travolto da un presente non più rimandabile che equivale alla brutale, profonda consapevolezza di sé.

Individualista è colui che attraverso le tempeste furenti della vita e i turbinosi uragani del pensiero ha saputo sacrilegamente svincolarsi dai vischiosi tentacoli di ogni dogmatico fantasma che l’umana superstizione ha partorito per poscia consacrarlo e far soggiacere sotto le sue zampe fangose la vera personalità Unica in origine come nello sviluppo e nella fine.

E quando l’Uomo è giunto all’eroica conquista della propria anima e alla totale liberazione spirituale del proprio Io sente la gioia della Libertà e canta l’invulnerabilità dei suoi tesori e la signoria di se stesso perché nessuno dio potrà più vincerlo né farlo inginocchiare
Per trovare la fine

Ecco, io non vedo perché questa prospettiva non possa essere considerata come una vera e propria teoria del significato incentrata sul ‘sentire’, sulla sensibilità; una semantica che muove dalla centralità del dolore, con tutte le implicazioni che comporta.

Ad esempio, se nell’ambito della ragione, della morale, le cose possono essere vere o false, giuste o sbagliate – e quindi è contemplata la possibilità di compiere una scelta – il “sentire” dimostra di avere una grammatica differente, analogica e a-simbolica. Viscerale, esso può solo essere assecondato.

Quanto più intensa ho provato la gioia tanto più profondo ho inteso il dolore [ p. 129] ed anche il più possente di tutti i dolori, quello che sospinge il forte verso lo sfasciamento cosciente e tragico della propria individualità, non è che una vigorosa manifestazione d’arte e bellezza […] la rivolta dell’uomo libero contro il dolore non è che l’intimo passionale desiderio d’una gioia più intensa e più grande. Ma la gioia più grande non mostrarsi all’uomo che nello specchio del più profondo dolore, per poscia fondersi con questo in un enorme e barbaro amplesso
Anch’io sono nichilista

In questo sentire l’anarchia nasce da un eccesso, non da una mancanza. Non è una questione politica, un bisogno di giustizia sociale o una scelta, ma una questione psicologica. Si potrebbe addirittura affermare che non si è liberi di essere anarchici; lo si è o non lo si è. Come una tara, un’attitudine, un tratto distintivo tra la folla. Una fatalità.

Anarchici, scrive Novatore, si nasce, non si diventa. Chi milita per l’ideale anarchico non è diverso dai tanti missionari impegnati nella propaganda di verità sociali; l’apostolato tradisce un’aspirazione normalizzatrice che sconfessa la mediocrità delle intenzioni.

L’individualista anarchico come lo intendo io non ha nulla da attendere. né la rivoluzione sociale né il comunismo. Egli è già anarchico e come tale sente e vive la vita […] perché per me anarchico individualista sono degli impotenti tutti coloro che hanno una meta da raggiungere ed un altare su cui sacrificarsi
Per trovare la fine

L’individualismo si configura dunque come una libertà sostanzialmente negativa, cioè come un agire “libero da”. Occorre mettere in atto la propria ribellione, affinché non vi siano ostacoli alle proprie espressioni caleidoscopiche, mutevoli; senza giustificazione o attesa di un permesso. Perché la rivolta non si esaurisce in un obiettivo politico; semplicemente, non si può più aspettare domani per liberarsi di questo mondo.

Ogni momento -qua e adesso- è un’occasione mancata per ribadire a forza, imporre, la propria irriducibile persona. Scardinare è la parola d’ordine.

Nego la società per il trionfo dell’io[…] Schernisco l’avvenire per soffrire e godere nel presente il mio bene ed il mio male. L’umanità la disprezzo perché non è la mia umanità. Odio i tiranni e detesto gli schiavi. Non voglio e non concedo solidarietà perché credo che sia una nuova catena, e perché credo con Ibsen che l’uomo più solo è l’uomo più forte.

Questo è il mio Nichilismo. La vita, per me, non è che un eroico poema di gioia e di perversità scritto dalle mani sanguinanti del dolore e del male o un sogno tragico d’arte e di bellezza!
Anch’io sono nichilista

In questa negazione totale, perentoria, che nulla concede, vi è più dell’aristocratico che del rivoluzionario. L’individualismo esige un tributo oneroso, per questo sarà sempre appannaggio di pochi.

Ho veduto molti Solitari percorrere le vie del Silenzio. Fra gli uomini, costoro, sono i più che ho ammirato. Conosco i loro palati raffinati, superiori e distinti, e i frutti coi quali si nutrono so che sono i più dolci e soavi. Qualcuno afferma che costoro saranno gli uomini di domani; ma io credo, invece, che sia l’eterna eccezione nella regola eterna. Sono millenni di secoli che il magnifico sole sfolgora maestosamente sopra questa nobile Terra, ma i rettili,le paludi e il fango vivono ancora la loro stupida vita
Il poema del male

L’insurrezione dell’individualista  è quindi solo accidentalmente politica. Essa ha piuttosto qualcosa di affine con l’arte: espressione di nuove e più impellenti sensibilità è sovversione del senso comune, innovazione continua, avanguardia scandalosa e inarrestabile, un atto creativo che irrompe nell’ordinario squarciando orizzonti di senso, imponendo nuovi sguardi, prospettive.

Fine a se stessa, la rivolta non finalizzata dell’individuo è un’esperienza estetizzante, la quale non ha (o non dovrebbe avere) alcuna utilità, benché meno sociale. Del resto, che senso ha conquistare il pane, se non possiamo inebriarci con le rose?

“L’individualismo anarchico […] è agilità volitiva e violenza creatrice. È poesia. Ma la poesia è la sintesi della vita che va misteriosamente a dissolversi in una vigorosa manifestazione di estetismo tragico che non appartiene né alla sociologia, né alla patria, né all’umanità, ma che resta soltanto un raro patrimonio d’arte immortale in dominio della bellezza pura sublimata dalla volontà che oltre il bene e il male afferma essere la vita soltanto un tragico e pericoloso misero”
Oltre ogni confine

Ciò non significa che l’individualista assista in disparte, con algida indifferenza, alla lotta di classe. Anzi, il proletario in rivolta gli è simpatico assai ed egli gode nel vedere la borghesia in preda al panico, quando le tavole della legge e del diritto di proprietà sono infrante. Per questo presta volentieri alle masse in rivolta il proprio braccio – ma quasi per capriccio, per bisogno di incendiare e sobillare.

Novatore però non si fa illusioni riguardo la massa; quando questa avrà instaurato il nuovo ordine, ponendo così un nuovo idolo a cui inginocchiarsi, egli tornerà ai margini della società. Poiché il nemico dell’individualista non è questo o quell’ordine costituito ma ogni ordine costituito – e questa guerra è fatale ed eterna, perché caduto lo Zar sorge Lenin, abolita la guardia regia viene la guardia rossa.

Eterna la società, eterna la rivolta – senza possibilità di tregua o ricomposizione.

La consapevolezza non edulcorata dell’individualista è luminosa, ma acquista tratti foschi, drammatici e Novatore ne ha piena contezza; non si può sfidare la società impunemente. La sollevazione è destinata ad un unico, tragico epilogo.

L’individualismo ha due volti. Uno imperialistico, autocratico, dominatore. L’altro ribelle, iconoclastico, anarchico, negatore. Quando il concetto si fa sangue e l’idea si tramuta in azione, sbucano fuori dal ventre dell’umanità i due simboli di rivolta e negazione,Napoleone e Bonnot.
Naturalmente Napoleone finisce a Sant’Elena e Giulio Bonnot sulla ghigliottina. L’umanità si vendica contro coloro che ascendono. Siano essi i suoi ribelli o i suoi dominatori
Oltre ogni confine

Prima dell’edonismo sfrenato, della rivolta indomita, dell’aristocratica solitudine e della sprezzante refrattarietà del singolo, vi è la lucida consapevolezza di un destino ineluttabile. Solo nella lotta contro la Società l’individuo si realizza, ma è inutile nascondere che in questa lotta egli è destinato a soccombere.
L’anarchia è un attitudine che non lascia scampo.

E io penso che sia soprattutto in questo accogliere la sfida di un’esistenza non mediata, accettando di vivere il proprio sogno di negazione e ribellione financo alle sue estreme conseguenze, che risieda tutta la sfolgorante bellezza e la poesia del pensiero e della figura di Renzo Novatore. Il quale cadde “con il cuore gonfio si sogni, negli occhi le stelle e in pugno la rivoltella”[6] .

Che nessuno sappia mai la segreta felicità di noi solitari, o amici! non abbiamo anche profondamente sofferto noi nel silenzio? no, no! che nessuno, nessuno sappia mai i nostri amari dolori e l’infinità felicità di questo eterno meriggio. laggiù nel vecchi mondo ci crederanno tutti morti ormai ed invece abbiamo sposata l’eternità, noi: i solitari!

Le rose, amici, dove sono le rose?

di Salvatore Pappalardo

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Note
[1] Per chi fosse interessato ad approfondire, una versione estesa della vita di Novatore la si può trovare qui

[2] G. Romiti, in L’Avvenire Anarchico, Pisa, a XIII, n. 40, 8 dicembre 1922, p.

[3]  In filosofia, il nominalismo è quella dottrina secondo la quale le entità astratte (generali o universali) non esistono di per sé, ma si risolvono nei nomi che designano classi di individui, gli unici considerati esistenti. Quest’idea è suggerita da Roberto Calasso nel breve saggio che accompagna l’edizione Adelphi dell’Unico (linkl)

[4] E. Jünger, Sul dolore, in “Foglie e pietreˮ, Adelphi, Milano 1997, pp. 139 – 140

[5] Riguardo alle lotte socialiste Novatore scrisse: “se con Cristo l’anima umana è sospinta nel freddo e vuoto nulla dell’alidilà della vita, con Marx e il socialismo essa è stata fatta discendere giù nell’intestino.”

[6] Novatore R., Le rose, dove sono le rose?, Edizioni Gratis, 2013, p- 21

Bibliografia

Novatore R., Le rose, dove sono le rose?, Edizioni Gratis, 2013
Novatore R., Un Fiore selvaggio. Scritti scelti e note biografiche, a cura di Ciampi A., BFS Edizioni, Pisa, 1994.

Articoli di R. Novatore

I canti del meriggio, Il Proletario, n. 3, 15 agosto 1922

Oltre ogni confine Polemiche di anarchismo,La testa di Ferro, n. 35, 7 novembre 1920

L’individualismo anarchico nella rivoluzione sociale, Il Libertario, n.738, 739 del 6 e 13 novembre1919

Per trovare la fine, Iconoclasta!, anno I, n. 6,20 aprile 1920

Anch’io sono nichilista, Nichilismo, anno I, n. 4, 21 maggio 1920

il poema del male, Iconoclasta!,  anno I, n.4, 1 marzo 1920

Risposta pubblica a lettere private, Il Libertario,  n. 782, 23 settembre 1920

Una vita, Nichilismo, anno I, n. 2, 20 aprile 1920

Il mio individualismo iconoclasta, Iconoclasta!, Gennaio 1920

Il poema delle mie rivolte, L’adunata dei Refrattari, New York,anno VI, 15 ottobre 1927 (postumo)