di Salvatore Pappalardo

Negli ultimi giorni ho sentito il bisogno di riprendere in mano il breve saggio di Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. Cercavo spunti di riflessione da contrapporre alle puntuali accuse di slut shaming per l’8 marzo o per la presunta mercificazione della donna nella maternità surrogata. Riflettendoci però mi sono reso conto di quanto sia stupido, per un uomo, affrontare la questione femminista. Nel peggiore dei casi risulti essere un sessista mascherato da principe azzurro. Nel migliore un infiltrato, un paraculo. Il maschilismo ritorna subdolo nei panni del tutore. Insomma, non se ne esce.

Penso però che  il testo Sputiamo su Hegel (Lonzi, 2010) offra diversi spunti per riflettere su un aspetto molto importante della nostra vita, e cioè il nostro rapporto con il conflitto. È un buon pretesto per ragionare sul potere e le sue logiche- intendiamoci, non il “Potere” astratto e minaccioso ma quello presente nei rapporti che instauriamo con gli altri nel quotidiano. È una questione di asimmetrie: in che misura impersoniamo il ruolo di “vittima” o “carnefice” nei rapporti conflittuali con gli altri? Quanto spazio concediamo al mondo esterno, alle aspettative verso il futuro, alla richiesta di essere adeguati, prestanti, prima di soccombere?

Inizierò parlando del femminismo per concludere con la gestione alternativa dei conflitti – non è un caso. La mia riflessione ruota intorno ad una concezione “patologica” del conflitto che, a seconda delle interpretazioni, può essere ricondotto alla dialettica servo-padrone, al patriarcato o alla alienazione dell’uomo moderno. Ai miei occhi, ciò che accomuna gli autori presi in considerazione in questo articoletto, è sopratutto un invito a riflettere sul potere e sui nostri rapporti conflittuali.

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La riflessione della Lonzi analizza il potere attraverso il genere: la comprensione delle sue logiche non si compie a livello sociale ma tenendo conto del fattore sessuale. Per il femminismo affrontare la questione del potere significa affrontare la questione del potere maschile, del patriarcato.

La cultura patriarcale, scrive, si è espressa dall’alba dei secoli attraverso la cultura della logica del più forte, concretizzandosi nella repressione e nel controllo. La sua realizzazione è la guerra, la vittoria sull’avversario. Dai riti iniziatici dei popoli primitivi, alla patria potestà, passando per l’apprendimento, il lavoro, il matrimonio, il principio agonale del patriarcato rinverdisce nei secoli il perpetrarsi di un’imposizione. Incarna l’ethos della sopraffazione: assoggetta la donna con il matrimonio, il giovane al volere del padre.  La dialettica servo-padrone ne cattura lo sviluppo; i figli si contrappongono ai padri, gli oppressi diventano oppressori.  

Hegel, secondo l’autrice, ha dedotto esattamente i presupposti che scandiscono questa tensione verso il potere. La dialettica servo-padrone però non descriverebbe altro che una regolazione di conti tra collettivi di uomini. Stando alla Lonzi, nell’interpretazione hegeliana della Storia non c’è spazio per la donna poiché non le è concesso superare lo stadio della soggettività. Le mancano le premesse per raggiungere quell’autocoscienza, quella forza dell’universalità per affermarsi e assurgere allo status di cittadino. La donna non può andare oltre la dimensione della famiglia perché la guerra, l’impulso trainante del progresso dell’umanità, spetta esclusivamente all’uomo.

La guerra, il condottiero, l’eroismo; sono tutti concetti legati ad una retorica di genere che ritorna implicita nei nostri rapporti quotidiani con gli altri – essere una “donna con le palle” continua a suonare come un complimento.

La dialettica del servo-padrone ritorna con il marxismo [faccio presente che il testo è stato scritto negli anni ‘70, quando la lotta di classe sembrava rappresentare l’unica alternativa al potere costituito]. Anche il proletariato però esprime una teoria rivoluzionaria dalla matrice fortemente radicata nei valori patriarcali: al suo interno la questione femminile è risucchiata dal conflitto di classe. Ma,sostiene Lonzi, l’oppressione della donna è il risultato di millenni: il capitalismo l’ha ereditato piuttosto che prodotto. Esprimere la sottomissione femminile sulle basi economiche del materialismo storico non è sufficiente, non significa altro che continuare ad ignorare il problema di fondo.

Nell’interpretazione dell’autrice il marxismo è colpevole di lasciare intatta la struttura gerarchica del potere patriarcale e la sue logica di prevaricazione, sottraendosi dietro l’invocazione dell’uguaglianza tra i sessi. Il mondo dell’uguaglianza non è però che il mondo della sopraffazione legalizzata, dell’unidimensionale. Elargire uguaglianza alle donne, spingerle all’emancipazione nel mondo creato dagli uomini non sembra essere altro che un atto di generosità del colonizzatore nei confronti del colonizzato. L’impronta maschile del mondo permane immutata e ad essa la donna può solo adeguarsi. Rispetto all’istanza femminile, scrive, il proletariato mostra di essere rivoluzionario nei confronti del capitalismo, ma riformista nei confronti del sistema patriarcale (p.22).

Il nodo centrale della riflessione di Lonzi risiede nell’accento posto all’alterità radicale del ruolo della donna rispetto al modello patriarcale; non solo essa è portavoce di istanze diverse ma di pratiche diverse. Pratiche che suggeriscono un’alternativa all’aut aut della dialettica servo-padrone.

Il femminismo, argomenta, non può, e non deve, risolversi in un movimento di emancipazione, perché ciò significherebbe adeguarsi agli schemi logici dell’uomo, basati sulla sopraffazione e la sconfitta dell’avversario. Nel rapporto donna-uomo non esiste una soluzione che elimini l’altro, dunque la donna non può porsi in rapporto dialettico con il mondo maschile. L’istanza femminile richiede quindi un percorso differente; le sue esigenze non implicano un contrasto ma un muoversi su un altro piano (p.42). Cosa significa questo “muoversi su un altro piano”?

Muoversi su un altro piano significa cercare percorsi differenti al paradigma patriarcale espresso nel pensiero hegeliano. Per Lonzi esistono due smentite alla dialettica servo-padrone: la donna che rifiuta la famiglia e il giovane che rifiuta la guerra (p.21).  Attraverso quest’ultima figura l’autrice recupera così l’esperienza anarchica  di opposizione al potere istituito. Anarchia e femminismo sono complementari: entrambi rifiutano di mettere in questione il concetto di potere nei termini di un dilemma, per entrambi ogni diritto acquisito attraverso il conflitto non rappresenta altro che una concessione. Entrambi riconoscono che qualsiasi processo di autodeterminazione è destinato a fallire se deve essere legittimato o riconosciuto dall’esterno.

Rifiutare l’aut-aut del potere significa rifiutarne le premesse che costituiscono il problema, significa dissolvere i presupposti che inducono donne e uomini a percepirsi necessariamente o come oppressi o come oppressori. Quasi un secolo e mezzo prima, il temibile ideatore dell’Unico, Max Stirner, si esprimeva in modo analogo sul rapporto individuo e potere:

Rivoluzione e ribellione[1] non devono esser considerati sinonimi. La prima consiste in un rovesciamento della condizione sussistente o status, dello Stato o della società, ed e` perciò un’azione politica o sociale; la seconda porta certo, come conseguenza inevitabile, al rovesciamento delle condizioni date, ma non parte di qui, bensì dall’insoddisfazione degli uomini verso se stessi, non e` una levata di scudi, ma un sollevamento dei singoli, cioè un emergere ribellandosi, senza preoccuparsi delle istituzioni che ne dovrebbero conseguire. La rivoluzione mirava a creare nuove istituzioni, la ribellione ci porta a non farci più governare da istituzioni, ma a governarci noi stessi, e perciò non ripone alcuna radiosa speranza nelle “istituzioni”. (Stirner, 2006, p. 330)

La conquista del potere richiede sempre una tensione rivolta all’esterno, necessita “un altro” contro cui bisogna lottare per affermare il proprio io. Per accedere al potere insomma non occorre sviluppare capacità speciali, è sufficiente avere una particolare predisposizione all’alienazione.

La ribellione come concepita da Stirner o da Lonzi  ha invece verso e direzione opposti poiché non contempla una lotta contro l’esistente; suggerisce piuttosto un percorso attraverso cui ci si sottrae dalla logica binaria del conflitto per recuperare una dimensione dell’individuo che non richiede legittimizzazione esterna. «Se abbandono il sussistente ecco che muore e si decompone» scrive Stirner. E ancora Lonzi «[la donna] rifiuta il dilemma di fondo posto dalla logica del potere, così facendo viene meno il traguardo della presa del potere» (p.20).

Il conflitto implica sempre una relazione con l’avversario, comporta un implicito riconoscimento del nemico, vincolante e indesiderato: «Nell’“adesione” si celano manette […] Così si spreca forza. Mollare la presa e vedere l’avversario a terra e` tutt’uno» (Raciti, 2005)

Certo, si può essere più o meno d’accordo con questa interpretazione basata sul genere. Ciò che vorrei sottolineare però è che attraverso il concetto del patriarcato (condivisibile o meno) Lonzi riesce a catturare il modo con cui l’occidente ha concettualizzato il conflitto. Esso viene concepito e vissuto dall’uomo occidentale come un problema che ammette solo due soluzioni: o ci imponiamo sull’altro o soccombiamo ad esso, non è data alternativa.

L’amministrazione della giustizia è un esempio di questo paradigma: il giudizio del giudice è richiesto per dirimere le dispute, esso stabilisce i torti e le ragioni tra le parti in causa, chi sono i vinti e i vincitori

A tal proposito Jacqueline Morineau (Morineau, 2015), ideatrice della Mediazione Umanistica, osserva che l’uomo moderno – ‘uomo’ in senso generale, non come genere specifico –  cerca il potere perché vive con difficoltà i propri conflitti; la prevaricazione risponde al bisogno di negare la sofferenza, la contrapposizione nasce dal rifiuto di rivestire il ruolo ingrato del perdente. Il contrasto viene vissuto come un’esperienza dolorosa e ineluttabile, a cui è impossibile sottrarsi – l’uomo vi soggiace.
Questa concezione “patologica” del conflitto spingerebbe gli individui ad adottare una sistematica rimozione della sofferenza nella propria vita e ad alienarsi da se stessi, esasperando il ricorso all’autorità e alla violenza.

L’alternativa al paradigma binario del conflitto, così come formulata da autori come Stirner o Lonzi, pone sotto una luce diversa i rapporti che possiamo instaurare con gli altri. Suggerisce uno scenario dove la funzione normativa del potere istituzionale, verticale e centralizzato, non è né necessaria né richiesta – quello che conta non è che ci siano conflitti ma come questi vengono gestiti.

Per questa ragione concludo con con un piccolo accenno alle metodologie di gestione alternativa dei conflitti (in inglese ADR, Altenative Dispute Resolution). Ciò che caratterizza questi approcci è l’utilizzo di strumenti e tecniche ben precisi che permettono agli attori coinvolti in una disputa di andare oltre la logica binaria del “io vinco / tu perdi”.

Dal Teatro dell’Oppresso alla Mediazione civile e commerciale, passando per la Mediazione Umanistica, il Metodo del Consenso o il modello di Harvard, gli approcci orientati alle ADR accolgono il disordine del contenzioso per creare un momento, un luogo, in cui è possibile esprimere le proprie differenze e riconoscere quelle degli altri. Gli attori coinvolti non delegano il loro potere decisionale ma, al contrario, se ne riappropriano. Si emancipano dallo status di oppresso e oppressore, per scoprire che i conflitti non sono necessariamente distruttivi ma possono diventare generatori di nuovi rapporti e momenti di crescita.

Le ADR rappresentano a tutti gli effetti un’alternativa concreta alla concezione patologica o “hegeliana” del conflitto: non offrono soluzioni, non rimuovono il conflitto, facilitano piuttosto un processo di sviluppo all’interno della dinamica conflittuale facendo leva sull’individuo e sul suo potere di autodeterminazione. Sono un’occasione per ripensare noi stessi e il nostro modo di vivere con gli altri . Una prospettiva interessante dopotutto, alla faccia di Hegel.

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Note

[1]La traduzione del termine ‘Empörung’ in ‘ribelle’ nella versione italiana dell’Unico è impropria. Il ribelle (da re-bellare, rinnovare la guerra) rimane ancorato al terreno sociale – il terreno dei conflitti, il piano istituzionale, l’ordine oggettivo. Empörung contiene la preposizione ‘empor’, verso l’alto – indica un’elevazione. Significa quindi sollevazione in un senso più ampio. Sulla concezione del potere di Stirner bisognerebbe dedicare un articolo a parte.


Riferimenti
Lonzi F., Sputiamo su Hegel, Et al./Edizioni , 2010(1970)
Stirner M., L’unico e la sua proprietà,  Adelphi,  2006(1844)
Morineau J., Lo spirito della mediazione,  FrancoAngeli,  2015
Raciti G., Vite parallele : potere e persona nelle politiche di Max Stirner e Ernst Jünger, in Archivio di storia della cultura: XVIII, Liguori, 2005, pp.245-265
Cosi G., Foddai M., G. (2003). Lo spazio della mediazione. Lavori in corso – Contributi, 2.